Hospice Nicola Falde. Santa Maria Capua Vetere

Hospice Nicola Falde. Santa Maria Capua Vetere
Hospice Nicola Falde. Primo Piano. Nei giardini che nessuno sa

mercoledì 30 aprile 2014

Non è questa la cura, e tu lo sai (diario di viaggio nel pianeta tumore)



Premessa. 

Questo è il diario di viaggio nel pianeta tumore che ho tenuto su Facebook, condividendolo con i lettori, durante tutta la malattia di Mariapaola.
Durante questo periodo, Mariapaola la chiamavo con la sola iniziale del nome, M, perché lei non aveva - perlomeno all'inizio - troppo piacere che io scrivessi tutto.
Ho mantenuto la sola iniziale, perché così l'hanno conosciuta i lettori che, per molti che mi scrivono è ancora, semplicemente, M. Nel testo parlo di Mariapaola come di "una mia amica" perchè inizialmente non era d'accordo sul fatto che scrivessi le cose che la riguardavano. Ovviamente, non è una mia amica, ma è molto di più. E' la mia ex compagna, con cui negli anni ho condiviso un rapporto particolare, problematico ma di una intensità particolare che era difficilmente comprensibile ai più.
La storia di Mariapaola e della sua lotta particolare, è raccontata anche in questi altri due articoli:

1) Cronaca di un tumore annunciato (e di molte terapie rifiutate)

2) Io, Paolo e Mariapaola




Venerdì 19 Luglio 2013 – ore 19:40

Reparto di oncologia. Il medico sta descrivendo la cura chemioterapica alla mia amica, che inizierà lunedì prossimo, i suoi effetti, il dopo, l’operazione, ecc. (preciso che il reparto è considerato uno dei migliori d’Italia, dove c’è una dottoressa per la quale vengono da tutta Italia a curarsi, e posso confermare che è bravissima e competentissima nel suo ristretto campo, oltre che gentilissima e molto umana). Domanda: “Scusi, ma per la dieta, devo seguire qualche accorgimento?”. Risposta: “No, mangi quello che vuole”. Rimango basito, anche se in effetti me lo aspettavo. In sostanza, per il medico, mangiare solo sacher torte tutto il giorno, oppure seguire una dieta bilanciata a base di frutta, particolari verdure, ecc., è la stessa cosa affinché il corpo reagisca alla chemio. Non parliamo poi di ipotizzare, o studiare, una possibile dieta specifica per reintegrare nel corpo i principali nutrienti persi, e per prepararlo ad affrontare al meglio lo choc della chemioterapia. Non so se ridere o piangere.

Lunedì 22 Luglio 2013 – ore 18:00

Reparto di oncologia. Il reparto è ben curato, ordinato, dà una bella sensazione. C’è anche una libreria con libri a disposizione per i pazienti e gli accompagnatori. Che libri ci saranno in un reparto di oncologia? “Malattia e destino” di Rudiger Dahlke? “Malattia come simbolo” dello stesso autore? “Metamedicina” di Claudia Rainville? “Malattia linguaggio dell’anima”, delle Edizioni Mediterranee? Libri su come affrontare il tumore? Libri di alimentazione? Libri di meditazione e rilassamento per migliorare gli stato psicofisici? I libri della Hay su come affrontare la malattia (Louise Hay guarì da sola da un tumore grazie al pensiero positivo) No. Nulla di tutto questo: Harmony, Stephen King, e altre amenità. L’unico libro con un minimo di attinenza è “Che cos’è la psicologia” di Pierre Daco.
Abbiamo poi il distributore di bibite e merendine. In un reparto di oncologia uno si aspetterebbe di trovare come minimo merendine di farro e kamut, latte di soia biologico, succhi al cento per cento (di frutta alcalinizzante e non acidificante), ecc. Niente di tutto questo invece, le solite porcate zuccherate, aranciata, coca cola (sic!), cioccolate, ringo, patatine. Noto però curiosamente che tra le bibite c’è anche una bevanda all’aloe vera… tra l’altro una bevanda che non conoscevo che non deve essere troppo comune, come se qualche infiltrato dal mondo di persone consapevoli abbia voluto lasciare un indizio, qualcosa che dica “su, dai, informati sul rapporto tra aloe e tumore… approfondisci…”.
Al centro del tavolo della sala di attesa campeggiano delle caramelle. Di zucchero normale, ovviamente. Evidentemente qui nessuno ha mai letto qualcosa sul rapporto tra zuccheri raffinati e tumore.
In ogni stanza, per il beneficio di pazienti e accompagnatori, un televisore. Anche nelle stanza dove si fa la chemio, che ha notoriamente effetti di indebolimento e rincoglionimento, c’è la tv, almeno così il paziente si riconglionisce ancora di più.
Mi accomodo insieme alla mia amica davanti al medico, colui che dovrà curare l’anima della paziente, che dovrebbe traghettare il paziente verso la consapevolezza.
“Bene, signora, allora prenda questa medicina e questa, poi quest’altra, questa medicina blocca il ciclo mestruale, ma tanto considerando che non potrà più avere figli non ha molta importanza…. Come dice signora? Non gliel’avevamo detto? Ah bè a volte qualche particolare può sfuggire… ebbene sì, signora, non potrà avere figli, perché lei ne voleva? No? E allora? Vede che non c’è problema, signora? Ora si accomodi per la cura. Avanti un altro….”
La cura per l’anima è cominciata.


Mercoledì 31 Luglio 2013 – ore 08:52

Reparto di oncologia. Noto che infermieri e inservienti sono gentilissimi, dolcissimi, umani, disponibili, veri e propri angeli, a fronte di medici spesso sgarbati e incompetenti. Molti di loro poi mostrano chiaramente di conoscere la legge dell’attrazione e del pensiero positivo, l’importanza dell’alimentazione e altro ancora, tanto che ci si sente più sicuri nel chiedere consigli agli infermieri che ai medici. Spesso sento dire “cosa devo fare in questo caso, chiedo consiglio a Elvira, a Marco, ecc.” e non “chiedo consiglio al medico”.
Aspetto la mia amica che fa la chemioterapia, e mi si siede accanto una signora anziana con un libro.
“Che libro sta leggendo?”, mi chiede.
Glielo mostro: “Il nuovo sentiero” di Swami Kriyananda.
“Sembra un bel mattone, di che parla?”
“E’ l’autobiografia dell’autore, Swami Kriyananda”.
“E chi è questo personaggio? Perché è così famoso? A giudicare dalle dimensioni del libro deve essere un personaggio che di cose da dire ne ha”.
“E’ un maestro spirituale, fondatore di alcune comunità spirituali in tutto il mondo”.
“Un maestro spirituale? In che senso?”
“Nel senso che insegna discipline spirituali”.
“Ma che si intende per discipline spirituali? E’ un prete?”
“No signora, non è un prete”.
“Ma che si intende per spiritualità?”
“La spiritualità, signora, è tutto ciò che si occupa dell’anima, di Dio, del senso della vita, del senso della morte”.
“Ah… proprio quello che servirebbe in un posto come questo, e proprio quello che la nostra società non fa.
Vedo che la signora ha colto nel segno. “Sì, signora, anche secondo me è così”.
“Ma è importante occuparsi di spiritualità? Lei ne ha tratto giovamento?”
“Bè signora, direi che il senso della vita e della morte, cioè del perché viviamo e moriamo dovrebbe essere la prima cosa che ci insegnano a scuola, fin da bambini. Si figuri che anche le malattie sono considerate non come un male fisico, ma come espressioni del percorso dell’anima, e che molti guariscono dalla malattia solo occupandosi dell’anima e non del corpo”.
“Anche dal tumore?”
“Anche dal tumore. Ci sono casi famosi, sa? Louise Hay, Claudia Rainville, il dottor Hamer e tanti altri”.
La signora riflette un po’, poi arriva la figlia a prenderla e si incamminano.
“Interessante quello che dice. Sarebbe da approfondire, peccato che alla mia età forse è troppo tardi, rischio anche di incazzarmi, se scopro che mi hanno curato male l’anima. Anche se mia figlia me lo dice sempre che i medici curano il corpo, ma per fortuna ci sono gli infermieri, che ci curano l’anima, se no saremmo già morti”.


Martedì 6 Agosto 2013 – ore 18:09

Reparto di oncologia. La signora parla con un’altra della chemioterapia del marito. “Eh sì, adesso spendo moltissimo per la sua dieta, perché il dottore ha detto che deve mangiare molta carne, ha bisogno di molte proteine, quindi mangia carne due volte al giorno”. Alla fine della chemio arriva il marito. “Dai su, andiamoci a mangiare la tagliata che ti piace tanto”.
In questi giorni di visite mediche continue ho sentito i seguenti consigli.
(Sorvolerò sulle assurdità che ho sentito dai medici tradizionali, che vanno dal “bere coca cola per disinfettare il cavo faringeo” al mangiare molte carne e formaggi, al “fare una ricca colazione prima della chemio, tipo cornetto, cappuccino, spremuta di arancia”, che non meritano neanche di essere prese in considerazione, mi soffermo solo sui consigli alimentari che ho sentito da naturopati/omeopati/fitoterapeuti)

PASTA E PANE
- la pasta e il pane normale vanno benissimo, anzi fanno bene
- la pasta e il pane devono essere integrali, di segale, farro, o kamut; la pasta e il pane normale sono veleni

CARNE
- la carne ogni tanto va bene
- la carne mai
- il pesce ogni tanto va bene
- no costacei, ma sì alla frittura di pesce, specie se condita con molto limone

FORMAGGI, YOGURT E LATTICINI (qui ho registrato 5 versioni diverse, una per ogni medico consultato)
- il formaggio e i latticini vanno bene ogni tanto
- il formaggio e i latticini mai per nessun motivo
- i latticini vanno bene, ma solo se di capra, meglio se primo sale
- lo yogurt sì, ma solo se di mucche del Trentino
- dei formaggi evitare in particolare quelli tedeschi


- Bere molto succo di arancia perché ha la vitamina C, e il limone che disinfetta (qui non può farsi a meno di notare che siamo sempre un passo avanti rispetto alla coca cola come disinfettante)
- Mai bere succo di arancia, perché acidifica; la vitamina C va presa da altri alimenti

- Mangiare molti pomodori
- Non mangiare pomodori, perché contengono cadmio

- Il digiuno fa bene
- Il digiuno fa male, bisogna mangiare sempre

Conclusioni: L’alimentazione. Una scienza esatta (quasi quanto il diritto).

PS. Anni fa studiai alimentazione per anni, finché alla fine abbandonai perché il mio cervello, che in genere ha bisogno di certezze, andò in tilt. Mi si conferma la bontà della scelta fatta a suo tempo.


Lunedì 12 Agosto 2013 – ore 18:19

Cancro e Aloe secondo Franco Minchia.

Primo medico. Prescrive normalissima cura di chemioterapia.

Secondo medico (anche fitoterapeuta). Era stato consultato per consigli alimentari, prescrive Aloe, descrivendo le proprietà nella cura anticancro.

Terzo medico. Non prescrive Aloe, ma terapia a base di Vischio. A domanda “scusi dottore, che ne pensa dell’Aloe?”, risponde “ve l’avrei prescritta fra qualche tempo”.

Quarto medico. Prescrive Vischio. A domanda risponde: “L’Aloe...? Sì, può prenderlo tranquillamente se vuole, coadiuva il Vischio”.

A un certo punto a me viene un dubbio... Non sarà che nel cancro al seno l’aloe, aumentando le difese immunitarie, riduce anche l’effetto della chemio sulla massa tumorale, che in questo modo magari risulta più resistente (perché dopo le prime due settimane di chemio il tumore si era ridotto tantissimo, e sgonfiato; da quando M prende l’aloe, la massa pare stabile).
Panico, dubbi.

Su internet c’è il parere di un medico, che dice che nel tumore al seno (proprio in quello e solo in quello), durante la chemioterapia, l’aloe è controindicato per i motivi che sospettavo.
Oggi la domanda all’oncologo: “Dottore, ma con l’aloe si potrebbero avere effetti collaterali?”
E lui: “No, al massimo un po’ di mal di stomaco”.

Ora rigiremo la domanda a tutti i medici fin qui consultati, certi che ognuno darà una risposta diversa.

Ha ragione Franco Minchia... Inutile mettersi nelle mani dei medici, tanto “siamo nelle mani di Dio”.
La medicina. Una scienza esatta.


Lunedì 19 Agosto 2013 – ore 05:01

Appurato che nell’ambito della medicina tradizionale non c’è spazio per la cura dell’anima, si passa alla medicina steineriana.

Steiner ha insegnato che la persona è prima di tutto anima, e dettato una serie di linee guida che in teoria dovrebbero venire applicati dai medici che seguono la sua “medicina antroposofica”.

Primo medico steineriano.
Fa diverse domande sulla vita di M, chiede, si informa, dà molti consigli di alimentazione, prescrive l’aloe, che per due settimane M prenderà con ottimi risultati sull’umore e sul piano fisico, sembrando quasi rinata. Poi il suo istinto autodistruttivo prevale, e dopo due settimane smetterà di prendere l’aloe e ripiomberà in depressione. Ma di riprendere l’aloe non se ne parla.
Tuttavia c’è un limite. Non si parla ancora di cura dell’anima, solo alimentazione e farmaci, sia pure solo erboristici.
Durata della seduta. Tre ore, di cui un’ora e mezza passate con me a parlare di Steiner, Rosacroce, ed esoterismo. Da questo medico M esce con più fiducia, e impariamo diverse cose, specie sull’aloe.
Costo: 150 euro.

Secondo medico steineriano.
Fa alcune domande sulla vita di M (cosa sogna, è depressa, di cosa ha sofferto da bambina, i suoi genitori, i fratelli, che lavoro fa…).
Finite le domande, inanella una serie di consigli alimentari senza scrivere nulla, senza dare libri, niente di niente, col rischio che il paziente non si ricordi una mazza.
Subito dopo prescrive una cura a base di vischio. Non una parola sugli effetti del vischio rispetto alla terapia tradizionale, niente di niente sull’anima.
Durata della seduta: poco più di un’ora.
M esce che non ha appreso nulla. Io ho imparato che lo yogurt di mucche del Trentino è migliore degli altri, infatti nei giorni successivi faccio la prova e scopro che lo posso mangiare senza avere devastazioni allo stomaco come per lo yogurt tradizionale. E scopro che posso mangiare il formaggio di capra. Per il resto, i consigli alimentari sono noti (evitare farine bianche e zuccheri, no carne e latticini, preferire frutta che alcalinizza il corpo e non acidifica, ecc. ecc.)
Costo: 150 euro.


Terzo medico steineriano.
Stessa solfa del primo, solite domande imparate a memoria per far vedere che lui si cura dell’anima della paziente, senza però dire nulla né dare indicazioni ad eccezione di un generico “ritrovi la sua parte artistica”; ma in compenso questo non fa nessuna prescrizione dietetica. Prescrive una cura a base di vischio.
Alla domanda “scusi, ma questo vischio che effetti ha?”, la risposta è: “Non ci sono ancora studi documentati; però è una cura costosa e impegnativa, che se il paziente decide di assumere, vuol dire che ha buona volontà di guarire, e siccome il cancro è una malattia dell’anima…”.
In altre parole ha detto che è un effetto placebo, almeno questo mi pare di aver capito. Il che è in contraddizione con quanto io so del vischio, che è una cura che in alcune nazioni passa il SSN, perché la sua efficacia è stata comprovata da alcuni studi.
Durata della visita: meno di un’ora.
Cosa abbiamo appreso? Niente di niente, in compenso penso che bisognerebbe dedicarsi alla cura (non dell’anima ma) dello spirito di Steiner, che è mortificato da questo stato di cose.
Costo: 150 euro.


Quarto medico steineriano.
Ci riceve di domenica. Inizia alcune domande, M mi chiede di uscire, capisco allora che questa volta la visita avrà effetti; nei precedenti incontri non mi aveva mai chiesto di uscire, il che significava che la seduta sarebbe stata un fiasco. Ora invece mi chiede di uscire, quindi significa che qualche effetto in più lo sortirà.
La visita dura tre ore.
Quando esce M ha lo sguardo cambiato, è serena, quasi felice.
Mi racconta un po’, pare che la cura dell’anima sia cominciata.
Il dottore le ha lasciato il suo cellulare. “Lo tengo acceso anche di notte; se ha qualche dubbio, o se non riesce ad applicare quello che le ho detto, mi chiami, anche di notte”.
“Quanto ti ha preso?”, domando.
“Nulla. Per la cura dell’anima non si prende nulla. Il corpo me lo curano gli altri medici, e lui ritiene che per la cura dell’anima non si debba prendere nulla. Anche perché l’anima solo io posso curarla, e lui non può fare nulla se non darmi delle linee guida”.


Giovedì 26 Settembre 2013 – ore 19:13

Reparto di oncologia.

Siamo io e la mia amica davanti al medico secondo cui l’aloe dà al massimo mal di stomaco (quindi non ho approfondito cosa pensa delle terapie alternative per evitare di incazzarmi). E secondo cui l’unica cura efficace contro il tumore è la chemioterapia.
Domando per provocarlo e fare una battuta: “Scusi, cosa ne pensa delle tecniche sciamaniche di guarigione?”
Lui, tutto serio, risponde: “Ogni terapia alternativa è ben accetta, musicoterapia, agopuntura, quindi ben vengano anche le tecniche sciamaniche se servono a far stare meglio la persona. Si sa, l’approccio psicologico rappresenta metà della cura, quindi assolutamente sono favorevole”.
Usciamo dalla stanza e M è arrabbiata: “Ma sei un coglione, perché lo provochi? Lui fa solo il suo lavoro, che bisogno avevi di prenderlo in giro?” Io replico che non volevo prenderlo in giro ma solo fare una battuta, e che comunque la sua risposta è sbalorditiva e sono felice di aver fatto quella domanda.
Perché la sua risposta mi pone questo quesito: ma se anche un medico tradizionale è consapevole che l’approccio psicologico è metà della cura, per quale cazzo di motivo allora ti propongono solo una metà, e trascurano l’altra metà?
Con la stessa logica, allora il gommista dovrebbe cambiarmi solo due gomme anziché quattro. E la prossima volta che vado al ristorante, magari dovrei sentirmi rispondere: “Qui serviamo solo primi; se vuole il secondo e vuole bere anche qualcosa, vada dove le pare, ma non qui”.
Boh.


Martedì 18 Marzo 2014 – ore 18:44

Reparto di oncologia. Dopo mesi di chemioterapia, e dopo l’asportazione del seno (l’operazione avviene il 17 febbraio), M è di nuovo ricoverata in oncologia. Ha metastasi dappertutto (fegato, cervelletto, colonna, ossa) a soli quindici giorni dall’operazione.
La prova provata che le cure che propongono non funzionano è proprio li, davanti a loro, ma i medici dopo la diagnosi propongono nuovamente, strenuamente, pervicacemente, senza vergogna, la loro cura:
radioterapia e - ca va sans dire - chemioterapia, la regina delle “cure” contro il cancro.
Il fatto che la prima chemio non abbia funzionato non li disturba, non li induce a porre interrogativi.
“E la cura Di Bella?”, propongo.
“Non possiamo somministrarla qui”, dice la dottoressa che, di tutti i medici dell’équipe, si dimostra essere la più intelligente, professionale e onesta intellettualmente. E aggiunge: “Io comunque non so nulla di questa terapia, non voglio studiarla, non ne so niente, e non voglio sapere niente”.
Ma il top è un altro medico. A cui domando: “Quanti mesi o settimane ha di vita?”
La risposta: “Non glielo dico. Sa, l’uomo è imprevedibile, noi poi facciamo una diagnosi, diamo magari tre mesi, poi quello fa la terapia Di Bella, vive tre anni, e dice che il merito è della terapia Di Bella. Quindi non glielo dico”.

A questo punto ci sarebbe da incazzarsi, da insultarli, da dir loro quanto sono stupidi prima ancora che ignoranti. Ma non lo faccio.
Non lo faccio perché andammo pochi giorni prima dell’operazione dalla dottoressa Brandi, a Roma, che pratica la terapia Di Bella. La dottoressa fu chiara: “Lei con questo tipo di tumore non va da nessuna parte, e dopo l’operazione le ricompariranno in breve altre metastasi. Inizi subito la cura”. M ha comprato i farmaci e poi non li ha mai usati.
“Perché non li usi?”, domando.
“Perché questa è una terapia per chi vuole vivere. Io invece voglio morire, quindi seguirò la strada ufficiale”.

Non mi arrabbio, quindi. Non dico nulla. Perché ha ragione Renato Zero, nel “Carrozzone”: il destino non è nella ruota, è nelle tue mani.
E
 M si è messa volontariamente nelle mani di questi ciarlatani, perché mi ha ripetuto spesso: “Sono troppo vigliacca per suicidarmi... ma io non ce la faccio ad andare avanti nella vita. Spero che mi vengano le metastasi più presto possibile dopo l’operazione”.
Non è quindi colpa dei medici, ma volontà di M. L’unica differenza è che M è sempre stata più consapevole, più intelligente, più lucida di qualsiasi altra persona.
Peccato - verrebbe da dire - che abbia usato la sua intelligenza contro di sé e non a favore. Ma se è andata così, doveva andare così.
E non per colpa dei medici.


Giovedì 20 Marzo 2014

Si hanno i risultati della TAC. Il medico mi prende da parte e mi dice: “Allora, ci sono metastasi al fegato, cervelletto, colonna e ossa”.
“Bene, dottore - rispondo - ma perché non lo dice direttamente a M? Ha chiesto espressamente di essere informata, non deve parlare con me ma con lei”.
“Perché M è una paziente molto ansiosa. Allora abbiamo deciso che le comunichiamo tutto quando avremo deciso la cura da proporre (ma che cazzo dovranno mai decidere - penso tra me e me - se questi cialtroni non conoscono altro che chemioterapia e radioterapia? boh). Le comunicheremo la cosa insieme alla psicologa, in modo che la prepari adeguatamente”.

Per un  momento ho pensieri positivi sul medico che ho davanti. Ma quanta sensibilità - penso - qualcosa di umano ce l’hanno. In fondo non sono dei cialtroni come pensavo.

Certo rimane il fatto che io so, ora, la situazione reale, e M no. Siccome M percepisce di me ogni minimo cambiamento, succede in effetti che per qualche giorno abbiamo qualche problema di comunicazione e litighiamo, perché lei sente che io non le dico quello che penso. Siccome M percepisce di me ogni minimo cambiamento, succede in effetti che per qualche giorno abbiamo qualche problema di comunicazione e litighiamo, perché lei sente che io non le dico quello che penso. Se non fosse arrivata la psicologa, infatti, a comporre successivamente il problema che si era creato tra me e lei, avrei continuamente litigato con M che percepiva - chissà come mai - che non ero così fiducioso sul suo stato di salute. Per fortuna la psicologa ha su di lei un effetto quasi magico e la tranquillizza.
Resisto, pensando che, in fondo, poi arriverà l’équipe medica con la psicologa a sistemare tutto e con M riuscirò a spiegarmi.

Il primo medico quindi va da M e la rassicura: “Ha solo una neurite, niente di grave”.

Il giorno dopo arriva un medico diverso. “Signora, lei ha macchie in varie parti del corpo”.
“Macchie? Quali macchie? - domanda terrorizzata M - Ma allora ho le metastasi?”
“No signora, non siamo ancora sicuri, poi vedremo”.

Il giorno dopo ancora arriva un terzo medico. “Signora lei ha metastasi dappertutto. Dobbiamo iniziare la radioterapia al cervelletto. Come? Non glielo avevano detto? Bè, lo sa adesso”.

No comment.


Giovedì 20 Marzo 2014 – ore 21:52

Reparto di oncologia. Dopo giorni che praticamente vivo in reparto, posso testimoniare il tipo di dieta che si dà ai malati oncologici.
Per primo, in genere pasta (ovviamente normale pasta di farina bianca).
Per secondo, regolarmente carne. A pranzo e cena. Bè, si sa, la carne fa bene, contiene il ferro. Oggi ad esempio a pranzo c’era coscia di pollo, a cena petto di pollo ai ferri.
Contorno di verdure (strano che non diano patate fritte, magari Pai... mah... un mistero, questo, che devo risolvere... le patatine mi sembrebbero la soluzione più logica e pratica).
Colazione: biscotti normali (quindi con zucchero e farine bianche) e marmellata di qualità pessima. E caffè con latte (perché notoriamente i latticini fanno bene, contengono calcio).
I medici ufficiali sono così intelligenti e “avanti” che mi domando come non abbiano ancora pensato a praticare la chemio in via preventiva ai pazienti sani.
Altra cosa inspiegabile è come non abbiano ancora pensato ai vaccini contro il tumore: si iniettano cellule tumorali a pazienti sani, per vaccinarli, come per le malattie.
Ma sono sicuro che ci arriveremo presto.


Venerdì 21 Marzo 2014 – ore 07:48

Giochiamo tutti al piccolo oncologo. Propongo un test per vedere se i lettori che mi seguono riescono a fare una diagnosi esatta su M, visto che i medici non ci stanno capendo niente (diagnosi che a me è chiara, perché alcuni medici esterni all’ospedale l’hanno confermata, e alcuni l’avevano addirittura PREVISTA; chi non ci capisce niente è invece il trust di cervelli che compone l'équipe che la segue).

Il quadro è il seguente:

M è ormai a letto, paralizzata alle gambe che non muove e non sente più. Le metastasi sono a cervelletto fegato, ossa e colonna, e sono comparse a pochi giorni dall’operazione e dopo aver fatto la chemio preventiva. Sono metastasi troppo piccole per dare un qualche sintomo così grave. Per questo motivo sospettavano una lesione al midollo, ma invece il midollo è a posto. E i medici paiono quasi delusi che non ci sia nulla al midollo.
Anche gli esami neurologici sono a posto.
Eppure, inspiegabilmente, straordinariamente, contro ogni previsione “scientifica”, M entra in ospedale il mercoledì con le sue gambe e in due giorni, cioè il venerdì, non è in grado di camminare.
Se le metastasi sono troppo piccole (per ora) per produrre un tale risultato, e così veloce, secondo voi, da cosa dipende la paralisi alle gambe di M?
I medici ora vogliono rifare alcune analisi, perché non ci capiscono un cazzo.

Sono ammessi al test bambini dai 12 anni in su, e le seguenti categorie: falegnami, imprenditori, impiegati, operai, disoccupati, pittori, scultori, casalinghe, sportivi, malati di mente, analfabeti, pescatori, sciamani, posteggiatori abusivi, motociclisti, contadini, aviatori, hostess, camerieri, cuochi, studenti delle scuole medie superiori, esclusi liceo classico e scientifico (sono soprattutto esclusi medici, carabinieri, poliziotti, avvocati e magistrati, che non riuscendo a distinguere un suicidio da un omicidio, e credendo che l’11 Settembre sia stato dovuto a Bin Laden, non accedono ai livelli minimi di intelligenza richiesti ad un essere umano; sono esclusi anche tutti i laureati, lobomotizzati da anni di università, salvo che dopo la laurea abbiano buttato la laurea nel cesso e abbiano deciso di fare altro).

Sono sicuro che lì dove non arriva l’équipe medica di M, ci arriva la maggior parte dei lettori.



Giovedì 27 Marzo 2014 – ore 18:10

In questo viaggio folle che sto facendo nel pianeta cancro c’è una cosa che mi sconvolge più di tutte e una domanda che mi risuona sempre. Vedo persone malate gravemente, torturate dalla chemio e dalla radioterapia, anche quando è evidente che la cosa non porterà a nulla. Vedo queste persone subire questi trattamenti senza farsi domande, senza approfondire. Vedo i parenti sofferenti, distrutti. Poi però gli parli di cura Di Bella, di terapie alternative, Pantellini, Hamer, Lissoni, Lukas Klinik in Svizzera, trattamento del corpo con alghe depurative da metalli pesanti, diete alcalinizzanti... Ma loro, i parenti, i malati, passano indifferenti di fronte a queste notizie. E la domanda che mi faccio è: cosa fa scattare nel cervello di un parente che sta per perdere una persona cara la mancata voglia di approfondire, studiare, capire, cercare di salvare il loro parente caro? Non lo so, non lo capisco. Non riesco a capirlo.
Niente. Il vuoto. I malati continuano a vedere la televisione mentre sgranocchiano dolci dopo aver mangiato una bistecca. I parenti sono fuori in lacrime, depressi, nervosi, distrutti spesso.
Ma approfondire no. Di quello non se ne parla.


Venerdì 28 Marzo 2014 – ore 16:56

Una delle cose più assurde che noto stando quasi tutto il giorno in ospedale è il numero delle persone ricoverate che “si trovano tanto bene e non vogliono tornare a casa” e quando dicono loro che sono dimesse insistono per rimanere ricoverate ancora. Una signora ad esempio, dovendo essere dimessa il giovedì e dovendo però tornare per un controllo il lunedì, ha chiesto (e ottenuto) di passare il sabato e la domenica in ospedale perché “tanto vale che rimango qui, che così è più comodo”.
Questo la dice lunga sulla vita che molta gente conduce quotidianamente nella normalità; è ovvio, infatti, che se uno preferisce rimanere in ospedale, inconsciamente vuol dire che si trova peggio a casa coi familiari piuttosto che in un ambiente come l’ospedale, che il massimo dell’allegria non è (specie un reparto oncologico poi, dove ci sono anche malati terminali).
E apprendo da una psicologa che alcune persone, specie le donne, dopo aver terminato le “cure”, vanno in psicoterapia per affrontare non il tumore (ormai almeno temporaneamente regredito e bloccato), ma la fine della cura, che vivono come un abbandono; finita la cura si sentono prive di scopo, e le giornate sembrano loro vuote.
Mi pare di vivere in un mondo di pazzi.


Martedì 1° Aprile 2014 – ore 11:05

L’essere umano è meravigliosamente imbecille. Giorni fa assistevo a un dialogo tra un ricoverato in oncologia e moglie e figli sull’acquisto di una nuova auto: discutevano di cavalli, prestazioni, consumo, prezzo iniziale e addirittura valore finale di acquisto, comparavano altri modelli.
In un’altra discussione invece sentivo parlare di conti correnti bancari: costo annuale, costo delle operazioni, comparazioni minuziose con altri conti di altre banche; ore e ore passate dietro a queste stronzate, e il giorno dopo la discussione tornava nuovamente sullo stesso problema, ma erano informatissimi su un nuovo conto on line di banca Mediolanum.
I parenti muoiono di tumore. Loro muoiono di tumore. Ma informarsi su Pantellini, Simoncini, Hamer, metalli pesanti, terapie steineriane, Di Bella, René Caisse, Lissoni, non se ne parla. Noooooooooooooo. E’ più importante comprare Quattroruote, ci mancherebbe. Il consumatore informato, poi, non si fa mancare Altroconsumo e Soldi e diritti. Ma quest’ultimo solo se si tratta di persone informate ed evolute.
Si dedica più tempo ad auto e conti correnti che allo studio della propria vita e della possibilità di migliorarla.
Poi però questo branco di coglioni si lamenta perché vive in una società di merda.


Martedì 1° Aprile 2014 – ore 20:20

E la chiamano terapia... Oggi casualmente sono venuto a sapere quali medicine M prende, oltre a fare radioterapia, per “curare” il tumore. Vedevo che le inserivano flebo e a tamburo battente le somministravano di tutto, ma non ho mai chiesto cosa fosse; ho talmente disprezzo per la medicina e i medici ufficiali che mi disinteresso di questi aspetti.
Ho appreso però che oltre alle sessioni quotidiane di radioterapia (che mandano nel corpo una quantità di radiazioni altissima) assume regolarmente i seguenti farmaci:
- magnitolo
- cortisone
- protettore per lo stomaco
- plasil
- perfarglan
- torgal
- la roxil
- un farmaco per la circolazione del sangue
- morfina
- EN
Ovviamente, come ho detto altrove, la dieta è costituita da carne, pasta con farina doppio zero, pane con farina doppio zero, zuccheri, marmellate, ecc.
Chissà perché M, invece di migliorare grazie a queste cure miracolose, peggiora a vista d’occhio. Mah. Proprio non capisco.

Scherzi a parte... il corpo umano è una macchina perfetta. Non ci vuole un genio per capire che un mix di componenti chimici di questo tipo costituisce una batosta psico-fisica da cui il corpo non si riprenderà mai più.

A me pare evidente.

Ma questi non ci arrivano.
E tutti intorno a dire “dai dai, che con questa cura torni presto a camminare”.

Dovrebbero aggiungere uno stupro da parte di un rinoceronte, e un po’ di calci alle metastasi, giusto per rafforzare psiche e corpo abituandolo a dosi sempre più massicce di impatti violenti. Così la guarigione sono sicuro che arriverebbe in tempi ancora più rapidi.


Domenica 6 Aprile 2014 – ore 00:14

Ho scoperto che in italia non abbiamo solo 55 milioni di tecnici della nazionale, 55 milioni di investigatori che riescono a capire se la Franzoni è innocente o colpevole per aver visto una sua intervista a Porta a porta, e 55 milioni di esperti in politica. Apprendo in questi giorni che abbiamo anche 55 milioni di medici.
La situazione di M col tumore peggiora giorno per giorno, ovviamente, e il quadro clinico per la medicina ufficiale è senza speranze; improvvisamente sbucano ogni dieci minuti amici o parenti che hanno dei consigli eccezionali. Inevitabilmente il consiglio è di cambiare ospedale (generalmente il cambio è rappresentato da un altro ospedale pubblico, in cui farebbe sempre un’altra bella chemio e nient’altro, perché nient’altro si pratica negli ospedali pubblici). E rispetto alle prospettive che offro io (terapia Di Bella, Lukas Klinik, Lissoni, e poco altro) loro hanno inevitabilmente la loro ricetta magica: la chemioterapia. “Io sono per la chemioterapia”, ripetono come imbecilli.
“Scusa - dico io - ma con quale vantaggio? E faccio inevitabilmente questa domanda: ma se il quadro clinico è senza speranza, perché non provare altre strade, meno invasive, meno dolorose, e per giunta che promettono maggiore efficacia? Tanto, se la situazione è irrecuperabile, tanto vale provare altre strade, non credi?”
La risposta è sempre la stessa: “Emh non lo so, non mi sono informata, ma comunque sono per la chemioterapia”.
Ma non vale la pena informarsi? Non vale la pena perderci un po’ di tempo?
No che non vale la pena, non hanno neanche il tempo di ascoltare quello che dico io, figuriamoci di informarsi.
Li lascio fare, e lascio che parlino con M dispensando la loro saggezza frutto del niente, e quando va bene frutto della lettura del Corriere salute, il supplemento al Corriere della sera (che qualche mese fa se ne è uscito con un geniale articolo in cui ipotizzava che secondo alcune ricerche una dieta sana aiuta contro il cancro. Ma va? Ma se lo sapeva pure Paracelso nel 1500 e in Cina lo sanno da 5000 anni... Loro invece solo ora iniziano ad avere il sospetto).
Tanto so già cosa sceglierà M, che ho sempre ammirato per la lucidità che ha avuto, e per la profondità con cui si è sempre analizzata.
Non per niente, quando ha scoperto di avere un tumore, mi ha detto: “Scelgo di curarmi avendo vicino te, perché so che se deciderò di suicidarmi con le terapie tradizionali tu non mi dirai le banalità demenziali che dicono gli altri; se sceglierò un’altra strada so che mi starai vicino lo stesso”.
La gente “normale”, da anni non la tollero più e non la frequento più. M invece l’ho sempre ammirata, perché è sempre stata un passo avanti agli altri. Anche nel farsi del male.



Giovedì 10 Aprile 2014 – ore 05:37

Reparto di oncologia. E’ un mese che M è paralizzata alle gambe, non le muove e non ha sensibilità. Ha fatto un ciclo di radioterapia alle vertebre lombari (“per fare un tentativo”... testuali parole, perché non hanno capito esattamente da cosa dipenda la paralisi) e per un mese le hanno detto: “Stia tranquilla, riprenderà a camminare” (una stronzata che qualsiasi osservatore esterno poteva capire che era tale; infatti se il paziente ha perso l’uso delle gambe, e il medico non ha capito la causa, come si fa a promettere che camminerà? mistero...).
Terminata la radioterapia venerdì, da venerdì scorso non fanno alcuna terapia. Troppo presto per iniziare una chemio, perché il fisico non reggerebbe... Quindi M è parcheggiata in un letto senza un progetto di cura, senza speranze, senza niente. Nel frattempo non ci vuole un genio per capire che le metastasi possono avanzare.
Eseguita una scientigrafia, il quadro metastatico pare fermo a quello di venti giorni fa. In fondo, questa, è una notizia positiva; piccola, ma positiva nel quadro generale.
Oggi ci pensa il medico a tirare su il morale della paziente. Arriva in corsia al mattino e dice tranquillo, come se stesse diagnosticando un raffreddore:
“Signora, lei non riprenderà più l’uso delle gambe. Lei non camminerà più”.
E se ne va. E tutto il giorno nessuno viene a chiederle come sta. Nessuno si preoccupa di verificare il suo stato psicologico.
Per fortuna M ha altre risorse. Per fortuna è supportata da gente molto più umana e intelligente di questi medici. Per fortuna lei conosceva il suo quadro molto meglio e prima dei medici (prima di ricoverarsi l’ultima volta, quando ancora camminava, sia pure con difficoltà, mi disse: “E’ chiaro che non cammino più... Non voglio più andare avanti nella vita. Sono sicura che fra qualche giorno rimarrò paralizzata”).
L’anima di M ha scelto volontariamente questi medici incompetenti e io so perfettamente che tutto rientra in una precisa volontà di M. Quindi non provo rabbia verso i medici, e non perdo tempo a chiedere loro spiegazioni e a parlare con loro.
Rimango però sconcertato da tutto questo; mi pare di vivere in uno zoo con strani animali dai comportamenti incomprensibili.
Leggo le targhe fuori dal reparto, donate da parenti di pazienti che sono stati ricoverati nel reparto, e che lodano la competenza dei medici, la loro professionalità e la loro umanità. Sono tante queste targhe, e tutte lodano il meraviglioso ambiente, i medici fantastici, le eccezionali cure ricevute.
E penso che è proprio vero che ognuno ha quel che vuole avere e ottiene solo ciò che vuole avere nella vita. Ed è vero che la vita è uno specchio, che riflette solo se stesso, e poi una parte della realtà circostante, che varia a seconda dell’angolo da cui guarda.
M cercava degli incompetenti per suicidarsi, e li ha trovati.
Altri cercavano un reparto oncologico di eccellenza e l’hanno trovato.
Ma il reparto, e i medici, sono gli stessi.
Quelli che cambiano sono solo i pazienti.


Venerdì 11 Aprile 2014 – ore 09:44

Dialogo tra me e un oncologo.

Il medico mi chiama da parte per dirmi cose sullo stato di M. Essendo terminata la radioterapia, deve dirmi che, sostanzialmente, non hanno avuto alcun effetto, che la mandano a casa e che non c’è niente da fare, tranne una chemioterapia in futuro (che ovviamente non sortirà alcun effetto).
Inizia a farmi vedere lastre, referti, e parla in gergo tecnico. Lo interrompo.
- Senta, dottore. A me non interessa se le metastasi sono alla vertebra D1 o D2, e tutte le sue spiegazioni tecniche non mi interessano. A me interessa solo dove sono localizzate le metastasi, quanto tempo di vita ha, e che cura proponete, già sapendo che oltre a chemio e radio non andate. Inoltre non dovete parlare con me, ma con M. E’ lei che ha un tumore, ed è lei che ha scelto di venire informata su tutto, anche se le notizie non sempre sono le migliori, quindi dovrebbe andare di là e dire a lei queste cose, non a me.
- Ah ma quindi sapete tutto? Sapete dove ha le metastasi?
- Sì, 7 metastasi al cervelletto, colonna, fegato e ossa.
- Ah - fa lui sorpreso - ma anche M sa tutto questo?
- Sì dottore, lo sa. Lo sapeva prima che le venissero le metastasi e anche subito dopo la diagnosi. E’ stata lei a dirmi che il suo tumore è un triplo negativo, e che secondo le statistiche aveva 80 probabilità su cento di morire in due anni. E io l’ho imparato da M. M quindi sa che ha pochi mesi ancora di vita.

Il dottore è sempre più sorpreso. Tentenna un po’.
- Quindi che facciamo? - mi dice.
- Andiamo di là e lei dice chiaramente ad M tutto questo.

Lo vedo un po’ in imbarazzo e allora dico:
- Vuole che sia chiaro fino in fondo? M ha avuto tante possibilità di cura. Di Bella, Lukas Klinik con cure steineriane, e molto altro. Ha sempre rifiutato tutto, e ha detto chiaramente che voleva curarsi con le cure tradizionali che le avete fatto voi, chemio e radio, perché voleva suicidarsi. Non ha fatto neanche terapie alimentari di supporto, che pure conosceva, e ha deciso di mangiare la roba che date qui per accellerare la sua fine.
- Ma perché - domanda lui - cosa l’ha spinta ad avere questo atteggiamento?
- Perché voleva suicidarsi, e ha scelto questo metodo. E’ sempre stata depressa e questo era il miglior modo per andarsene.
- Ok - fa il medico - allora andiamo di là.

E aggiunge:
- In tutti gli anni di lavoro solo 4 pazienti erano così lucidi e volevano sapere tutto; ma è la prima volta che mi capita un quadro come questo. In genere nessuno vuole sapere.

Arriviamo nella stanza. Dico ad M: “Siamo venuti qui perché volevo che parlasse con te, non con me, altrimenti puoi pensare che diciamo alle spalle cose che non ti diciamo”.
M sorride.
Il dottore espone:
- Allora signora, il quadro vertebrale non è compromesso in modo grave, può mettere un busto. Poco più che una canottiera. Arrivederci.
Scopro quindi un’altra verità.
Non sono solo i pazienti a non voler sapere, e spesso i parenti.
Ma pure i medici hanno difficoltà a dire le cose chiaramente.


Mercoledì 16 Aprile 2014 – ore 03:42

Un luminare dell’oncologia napoletano ha sentenziato: i medici di Viterbo hanno sbagliato tutto (in cosa possano aver sbagliato tutto non si sa, dato che le cure tradizionali oltre a chemio e operazione non vanno, ma tanto basta per fare l’ennesima cazzata e trasferire M). Si parte quindi per Napoli per salvare M. Arriviamo a Napoli. M viene ricoverata in un reparto dove non c’è personale adeguato, tanto che la devo cambiare e pulire da solo, e dove manca pure la carta igienica. Dopo circa 48 ore M, che peggiora a vista d’occhio, non è ancora stata visitata da un oncologo. Il motivo? E’ ammalato ed è in permesso. Ormai M fa fatica anche a parlare e non mangia nulla. Che dire? Se siamo nelle mani di un luminare, come si fa a non aver fiducia?



Mercoledì 16 Aprile 2014 – ore 04:16

M dorme sotto effetto di una forte dose di morfina. Alle 17 però sbarra gli occhi, inizia a tremare e mette le mani in avanti come se cercasse qualcosa. Alle 19 respira male e le mettono l’ossigeno, ma è un falso allarme. Torna a respirare. Non si capisce cosa abbia. La sera apprendo dai familiari che il padre di M (che è stato ricoverato lo stesso giorno di M in un altro ospedale) alle 17 aveva sbarrato gli occhi e tremava mettendo le mani avanti, e alle 19 respirava male. I familiari continuano a discutere se ci voglia una bella chemio o se invece non sia il caso di fare altro. A me pare invece evidente il momento in cui M sceglierà di andarsene, e cosa tutti quanti, medici e parenti, stiano trascurando nella cura di M: l’anima.


Mercoledì 16 Aprile 2014 – ore 21:40

Medici napoletani. 

Se è vero che M è stata abbandonata per tre giorni praticamente senza cure, è anche vero che, in compenso, nel momento che ho capito che l’oncologo tardava, mi sono attivato per cercare altri medici e iniziare a praticare la terapia Di Bella. 

Parlo con un primo medico, poi un secondo, e da altri reparti sono venuti altri medici, diversi dall’oncologo originariamente previsto, che la visitano e si occupano di lei. Si occupano però anche di me, in tutti i sensi. Il primo medico è favorevole alla terapia Di Bella. 
Il secondo anche, ha avuto il fratello che si è curato in quel modo. La caposala ha curato la sorella con la cura Di Bella. Mi mettono in contatto con un altro oncologo di un’altra struttura per ricoverarla al più presto e iniziare la terapia Di Bella. 
Mi lasciano il cellulare, mi offrono il caffè, mi fanno raccontare la storia di M, il nostro rapporto, mi raccontano i loro casi personali, le infermiere mi tengono fino a tardi la notte a parlare e raccontare, danno consigli, si mettono a disposizione e si prodigano in un modo che è quasi commovente. Una infermiera in particolare, resasi conto del rapporto particolare di M col padre, mi dice: “Per capire come sta M e come procede il suo stato di salute, tenga sempre d’occhio il padre”.

La mattina mi portano il caffè di loro spontanea volontà (al di fuori del servizio pasti, quindi).
La prima notte il caposala mi fa dormire accanto ad M, anche se non si potrebbe, chiudendo un occhio.
Poi l’indomani vado in reparto a pagamento dove posso dormire.
La cosa straordinaria è che quasi tutti - infermieri e medici - opterebbero o optano per la Di Bella.
Questo ospedale rispecchia la città. Napoli caotica, invivibile per molti aspetti, sporca spesso, ma piena di colori, odori, sapori, che non trovi da nessun’altra parte, e piena di un’umanità che ti fa sentire a casa in ogni momento, e c’è qualcosa che, quando conosci la città, ti fa venire il mal di Napoli se non ci torni.

L’ospedale riflette la città. Devo accudire io M per mancanza di personale, devo aiutare gli infermieri a fare delle cose per cui hanno carenza, puliscono poco e male le stanze, nel primo reparto mancava la carta igienica, il sapone, i mezzi, non pulivano la stanza. 

Ma per altri versi ho trovato competenza, professionalità, umanità, dolcezza, empatia, cultura e preparazione. Conoscono non solo la Di Bella, ma anche Hamer e Claudia Rainville, sono preparati in alimentazione e si mettono a disposizione per aiutarti davvero.
Tutta un’altra cosa rispetto a Viterbo, dove i medici erano per lo più di un’ignoranza e una maleducazione, una superbia, da prenderli a schiaffi.



Giovedì 17 Aprile 2014 – ore 23:35

Ospedali napoletani.

Oggi la dottoressa che cura M nella clinica napoletana, dopo una serie di analisi, ci dice che non c’è più niente da fare. Il fegato è compromesso per l’80 per cento. Rimane quindi solo la Di Bella. Lei dice chiaramente che con la terapia tradizionale non reggerebbe e morirebbe anche con basse dosi di chemio. La Di Bella invece non è tossica e la sua situazione può solo migliorare. Trasferiamo M in una struttura a 60 km, un cosiddetto hospice. E’ la migliore della Campania e - pare - di tutta Italia. Potremo praticare la terapia Di Bella. Il personale è eccezionale e preparato. Ci sono poi le festività e a Napoli per le feste si rischia che i dottori siano in ferie, e non è esattamente il momento di trovarsi senza dottori.
Mi informo con una serie di telefonate presso gente che conosco, se sia una struttura adeguata. Eccezionale, mi dicono. Straordinaria. La migliore.
La struttura si mette a disposizione in pochi minuti e manda un’ambulanza.
Arrivano una serie di parenti. Ecco una serie di commenti sparsi, che ho colto mentre l’ambulanza arrivava (sì, avete letto bene: mentre l’ambulanza arrivava).
- Ma non sarebbero meglio le cure tradizionali? Io non credo nella Di Bella.
- Ma la Di Bella è una terapia controversa. La chemio invece è una cura accreditata.
- Ma non potremmo ricoverarla in altra struttura?
- Alcuni di loro addirittura cominciano a fare una serie di telefonate per vedere se non è possibile (sotto Pasqua, e considerando che la Di Bella non la sa fare nessuno e non la vuole praticare nessuno) andare in altra struttura più vicina, perché a 60 km è scomodo e loro preferirebbero una struttura più vicina a casa loro.
- L’ultima proposta di ricovero alternativo viene effettuata mentre l’ambulanza ormai è arrivata e stanno caricando M. “Non potremmo telefonare a (Pasquale, Goffredo, Gennaro, non lo so, ormai capisco che M ha voluto creare un casino con la sua scelta di venire a Napoli, e rimango spettatore di quanto succede) e sentire se magari non conosce qualcuno che...?”
Per fortuna dopo pochi minuti partiamo e il caos finisce. L’ambulanza ha come targa 515, il numero dantesco del Salvatore. Un numero di buon auspicio, anche se - credo - l’auspicio riguarda qualcos altro, e non la salvezza di M, perché credo che M sappia perfettamente che non farà mai la Di Bella. Non ci arriverà...


Venerdì 18 Aprile 2014 – ore 00:11

Spigolature da ospedale napoletano.

Dobbiamo trasferire M in altra struttura. Siamo stati 5 giorni in clinica e dobbiamo pagare. Vado per pagare e mi fanno: “No, guardi, stiamo chiudendo... Vada tranquillo, che poi paga domani”.
Penso agli ospedali americani, dove prima di farti montare in barella ti chiedono la carta di credito e prendono i dati.

La dottoressa Teresa Guida, che deve dare la diagnosi a M mi chiede di me, come sto, come era il rapporto con M, come ci siamo conosciuti, ah non stavate insieme, vi eravate lasciati ma siete tornati insieme quando avete scoperto il tumore, mi chiede della personalità di M per sapere cosa dirle e come.
Quando capisce il quadro psicologico, capisce.
Le dirà tutto, con chiarezza, dolcezza, professionalità.
"E se si rimette in piedi, torno a trovarla nella struttura dove va a stare, ok?”
Per la prima volta abbraccio un dottore con affetto, e le chiedo se, tenendo un diario di tutto che pubblicherò, ha piacere che metta il suo nome.

La sera arriviamo nell’altra struttura
La dottoressa che ha curato in questi giorni M mi manda un sms verso le 10 di sera: “Tutto bene? Siete arrivati? Come vi trovate?”
Il secondo giorno mi chiede ancora come sta M, e c'è tra noi uno scambio di sms che va al di là della semplice formalità in cui lei mi dice tra le altre cose: "i miei pazienti sono la mia vita".
Vero. La competenza, la professionalità, l’umanità dei medici di Napoli mi rimarranno sempre nel cuore.



Venerdì 18 Aprile 2014 – ore 00:36

Napoli e la terapia Di Bella.

Primo medico.
“Sì, guardi, io ho mio fratello che si sta curando con la Di Bella. La chemio non gliela faccio fare”.
E mi fornisce numeri di telefono, indirizzi, tutto il possibile per farmi praticare la terapia Di Bella in altra struttura.

Secondo medico.
Competente, professionale, umano, sa di alimentazione, di psicologia, è informatissimo.
“Faccia la Di Bella, assolutamente - mi dice - Ma la doveva fare da subito, non ora. Lasci perdere la chemio”.
“Lei ha una marcia in più - gli dico - Come mai?”
E lui: “Più che una marcia in più, ho un tumore in più. E a quel punto uno è costretto a informarsi... e mi curo con la Di Bella”.

Primo infermiere.
“Ho curato mia sorella con la terapia di bella. Ottimi risultati”.

Secondo infermiere.
“Mio padre si cura con la terapia Di Bella. Se ti serve qualcosa, a tua disposizione”.
Ne avessi trovato uno contrario o uno totalmente incompetente... Uno mi basterebbe, per dire che potrebbe essere una coincidenza.

Ma come è possibile che a Viterbo fossero tutti così incompetenti, e qui siano tutto il contrario?
La risposta mi arriva quando parlo con un terzo medico. Si intende di alimentazione, Hamer, Di Bella... e consiglia la Di Bella.
“Ma come mai voi medici napoletani siete così preparati?”, domando.
“Vede - risponde - qui abbiamo oggettivamente tante difficoltà, tante carenze, le strutture sono un casino, i servizi inefficienti. Per questo ci dobbiamo attrezzare, informare, fare da noi, e diventiamo più competenti di altri. Si fa di necessità virtù”.
Dei medici di Viterbo non ricordo neanche il nome, a parte quello della dottoressa Frittelli. Di questi medici conserverò sempre il ricordo; Gianni Triscino, Teresa Guida, la dottoressa Fabozzo. Di altri non ho memorizzato i nomi ma mi rimarranno impressi i volti.
Della dottoressa Guida mi rimarranno sempre impresse il mix di autorevolezza, dolcezza, competenza, onestà intellettuale, umanità, uniti a bellezza e simpatia, che ne hanno stampato - almeno nel mio ricordo - un'immagine di forza e grandiosità.


Venerdì 18 Aprile 2014 – ore 14:36

NEI GIARDINI CHE NESSUNO SA.

A M hanno dato pochi giorni di vita e nessuna possibilità di fare alcuna cura tradizionale. Siamo quindi in un hospice per malati terminali dove faremo la cura Di Bella, il Nicola Falde di Santa Maria Capua Vetere.
La struttura è quasi fiabesca e il personale pare provenire da un’altra dimensione. Gentili, competenti, disponbili, monitorano continuamente la situazione di M e anche la mia, anche di notte.
Siamo al primo piano, denominato “NEI GIARDINI CHE NESSUNO SA”.
Appena arrivati nell’hospice ha un crollo. M non riesce più a parlare, vede male, non riesce a muoversi, né a mangiare cose solide perché non riesce a masticare.
La nutro quindi con frullati di mele - in attesa di iniziare coi centrifugati, se ce ne sarà il tempo - e la imbocco.

La notte la passa a parlare nel sonno. “Aiuto - dice - devo varcare la soglia ma ho paura, aiutami, devo andare via ma non so come fare, dimmi come devo fare; scusa Paolo, non ce la faccio più”.
Del resto sono giorni che mi ha detto: “Me ne vado il 18, dopo il tuo compleanno”.
Accorrono gli infermieri che sentono tutto e prendono la pressione, ossigeno, temperatura, elettrocardiogramma (alle 3 del mattino). Tutto normale. Parametri normali. Sta bene, è solo in quei “giardini che nessuno sa”.
Dopo qualche ora di questi discorsi, verso le 5 inizia a dormire. Io mi accingo a mettere sul blog e facebook il post sul convegno al senato; scrivo il post sulla cravatta e rido da solo come uno scemo.
“Ma come - mi fa improvvisamente M, risvegliatasi dal coma - Io sto morendo e tu ridi? Ma sei stronzo”.
Mi giro e le dico: “Scusa, ma perché sono stronzo? Sto ridendo perché sto mettendo un post su facebook”.
E lei: “Appunto... Fai la cronaca della mia vicenda e ridi, vero?”
E io: “No, veramente è un post sull’uso delle cravatte al senato”.
E lei: “Ah ok, scusa. Mi raccomando però scrivi sempre tutto, che devono sapere che follia sono le cure del cancro. Ma senza ridere, che questa è una tragedia”.

La mattina alcuni infermieri e il medico capiscono che buona parte del quadro di M è psicologico.
Io giro per i corridoi e trovo una paziente con l’elefantiasi, che si trascina a fatica sul deambulatore. Il suo quadro, un anno fa, era peggiore di quello di M (metastasi diffuse, più l’elefantiasi).
“Cosa ha, signora?”, domando. Lei mi racconta che era venuta in coma, ma infermieri e medici della struttura l’hanno tirata su e ora è viva da un anno. Cammina male ma apprezza la vita.
“Signora, verrebbe in camera mia a spiegarlo ad M?”
Lei viene e le parla, le dice di tirarsi su, e che lei era conciata peggio ma ce l'ha fatta ed è ancora in piedi e oggi apprezza la vita.

Vengono due infermieri e due medici e si accodano ai discorsi della signora, e alla fine le dicono: “Come sarebbe che te ne vai il 18? Te lo facciamo vedere noi il 18, non stai ancora tanto male. Ok, scommettiamo che ora ti rimettiamo almeno seduta?”
E così è. M si rimette seduta. Protesta, mi dà dello stronzo.
“Ma come - le dicono le infermiere - ma non eri quella che non riusciva a parlare?”
Poi le danno un cioccolatino e lei lo mangia.
“Ma come - le dico - ma se ti ho dovuto imboccare da ieri sera, ora si scopre che per masticare una cosa che ti affatica il fegato, invece le energie ce le hai?”
Mi sorride.
Risprofonda in un sonno, non reagisce, non risponde più a stimoli.
E’ di nuovo nei giardini che nessuno sa.
Nessuno sa se manterrà la sua promessa del 18.



Sabato 19 Aprile 2014 – ore 07:08


Mi sto informando sul carcinoma epatico. Lo stato di M dipende infatti prevalentemente dal fegato ormai compromesso per l’80 per cento. Stamattina si inizia la cura Di Bella, in una fase in cui qualunque possibilità di ripresa è esclusa, razionalmente e scientificamente parlando.
Nel frattempo, per chi è interessato al problema, linko un articolo e un sito di una persona che si è, per ora, salvata dalla morte per carcinoma epatico perché ha evitato di seguire i consigli degli oncologi.


Sabato 19 Aprile 2014 – ore 07:14

Mi sveglio alle 5, dopo qualche ora di sonno, perché M mi chiama. La porta della stanza è aperta e filtra la luce. Un infermiere vigila sullo stato di M.
Mi alzo, vado accanto al letto e inizio a dialogare con M del varcare la soglia, di paura, di altre vite e reincarnazioni, perché mi domanda: “Ma sei sicuro che rinasco? Ma cosa devo rinascere?”
Arriva l’infermiere e mi rassicura sul fatto che nelle tre ore in cui ho dormito M è stata serena e ha dormito.
Mi offrono il caffè, mi tengono a parlare.
Dalle 5 alle 7 del mattino sono entrati almeno tre infermieri diversi a controllare come era la situazione. Chiedono, si informano.
Non so come sarà il ricordo di questa esperienza nei giardini che nessuno sa, ma sicuramente tante note positive e tante immagini mi rimarranno sempre impresse nella mente.


Sabato 19 Aprile 2014 – ore 09:21

Una delle cose assurde di questa situazione con M è che mi trovo in mezzo a due mondi contrastanti e che si fronteggiano. E poi ce n’è un terzo, quello di M, che è sempre stato un mondo a parte.
Da una parte il mio mondo, fatto di Steiner, Rosacroce, Anima, dell’invisibile e dello sconosciuto; dall’altro quello dei familiari ed amici di M, fatto di “non credo che si possa scegliere di morire; non credo che l’anima esista; non credo a... non credo a... non credo a... e di convinzioni tutte rigorosamente tratte dalla scienza ufficiale.
Da una parte il mio mondo, con una mia ex di tanti anni fa che non sento da anni e che mi chiama proprio ieri: “Ciao tesoro... sento che stai male. Cosa succede?”; o di Mariagrazia, una sufi e discepola della Quarta via di Gurdjieff conosciuta quindici giorni fa (e mai più rivista da allora) che mi scrive “sento che oggi è il giorno del passaggio” e mi scrive cose bellissime.
E poi l’altro, quello di chi dice: “Non credo possa esserci un collegamento tra lo stato di M e quello del padre” (ricoverati nello stesso giorno, e qualche giorno fa con sintomi in alcuni casi e negli stessi momenti identici).
E quello di chi, non riconoscendo uno stato crepuscolare da un delirio, va in ansia perché la persona chiede aiuto nel passare la soglia, senza sapere che la soglia è un concetto ben preciso (che per giunta M non conosce, quindi se ne parla è solo perché adesso la vede e sa di stare lì, sulla soglia) senza sapere che quello è uno dei momenti più belli del rapporto con una persona e che si può fare molto per aiutarla.
Mi ritrovo poi a lottare ogni giorno non solo con i parenti, ma anche con infermieri che le vogliono dare un po’ di latte con lo zucchero per tirarla su, con persone che le vogliono far mangiare cioccolata per premio che si è alzata dal letto (più o meno come dare un calcio in culo per regalo alla fidanzata che fa il compleanno), con gente che dice ogni assurdità sulla dieta (mi hanno pure proposto di fare un frullatino di carne e farglielo bere con la cannuccia).
Tutte cose che alla Lukas Klinik non sarebbero successe, ma che devo fronteggiare perché lei, M, ha scelto di stare dove sta.
In mezzo a questi mondi c’è lei, il cui più grosso problema è di avere due personalità di due mondi diversi che convivevano (anche il dizionario delle malattie di Dahlke infatti riporta che l’epilessia, di cui lei soffriva da piccola, non è una malattia, ma uno stato in cui c’è una lotta tra due mondi, perché la persona rappresenta il punto di passaggio o unione tra due mondi - il sensibile e il sovrasensibile - diversi).
Il che spiega perché mi ritrovo in questa situazione paradossale di dialogo tra sordi, in cui a me pare di parlare con degli alieni, e loro probabilmente mi vedono come un alieno dal loro punto di vista; tutto questo semplicemente perché l’ha voluto M, e perché questo caos riflette il caos che lei ha sempre avuto dentro tra due mondi inconciliabili che amava entrambi e a cui avrebbe voluto aderire contemporaneamente (senza successo ovviamente, perché è difficile stare in mezzo, specie quando hai delle doti come M, che trascende per intelligenza, intuito, e percezione, chiunque io abbia mai conosciuto, ed è sempre stata mille miglia avanti a me).
Ora M dorme, dopo essere passata dallo stato crespuscolare (in cui abbiamo parlato del varcare la soglia e di come oltrepassarla) al dormire russando.
Mi diceva cose che capivo, sul varcare la soglia, su altre vite, su altri mondi, e una che ci ho messo un po’ a capire: “Il diario, è importante il diario”.
“Ma di quale cazzo di diario parla”, dicevo tra me.
Le ho cercato tra le agende, nella borsa...
Ci ho messo un po’ per capire quale diario.
E’ decisamente vero che spesso non vedo un elefante in salotto. Si è infatti rasserenata quando ho detto: “Ok, vado a scrivere il diario”.
E ora dorme tranquilla, non so perché, se perché mi sono messo a scrivere o perché è tranquilla di suo.
Come ha detto il mio amico Maurizio in un sms di ieri, è M la persona cosciente. Le persone normali sono incoscienti ma credono di non esserlo.
Lei, invece, per una delle contraddizioni del suo carattere, era cosciente ma credeva di non esserlo.


Sabato 19 Aprile 2014 – ore 10:25

Si sta per partire con la terapia Di Bella. M dorme tranquilla in attesa del passaggio a un’altra dimensione, quale che essa sia, se questa o un’altra. Parlo con la dottoressa. Conosce in parte la terapia, conosce Pantellini, le terapie infusionali; le spiego che poi, una volta iniziata la Di Bella, visto che ormai si nutre con flebo, le somministreremo una terapia infusionale preparata dal dottor Santi, unitamente, quando sarà in grado nuovamente di deglutire, ad una dieta a base di centrifugati.
Le infermiere nel frattempo prendono in giro M e lei sorride. E torna a dormire.
E’ il momento del passaggio. Dove passeremo M ancora deve deciderlo, ma prima mi ha detto: “E se restassi, Paolo, tu pensi che posso restare anche se Papà ha detto no?”
Domanda difficile... Va a capire perché il papà dice di no.


Sabato 19 Aprile 2014 – ore 23:08

Non è questa la cura, e tu lo sai.

Il mio rapporto con M è sempre stato paradossale e contrario alla logica. Abbiamo sempre convissuto per brevissimi periodi, e il periodo più lungo è stato quello della malattia; stavamo bene quando ci lasciavamo e litigavamo sempre quando stavamo insieme; la nostra prima vacanza la facemmo quando la lasciai; lei contestava tutto quello che io facevo (passioni, hobby, letture; ma poi, quando io smettevo di avere quegli hobby o quelle passioni, li assumeva lei).
Con questi presupposti, oggi inizia la lotta tra la vita e la morte di M. E’ in stato catatonico e non parla, non reagisce, non mangia e non beve. Solo Gioia, la sua amica venuta da Roma, le strappa dei sorrisi bellissimi e lunghissimi.
Una lotta tra la vita e la morte che riflette tutte le assurdità del nostro carattere e del nostro rapporto.
Intanto, dal mattino, mi ritrovo lei in quello stato catatonico e mi domando se sia giusto somministrare, ad una persona che ormai ha poche ore o pochi giorni al massimo di vita, una cura contro la sua volontà. La risposta la so. E’ assolutamente no.
D’altronde i familiari, contrari o indifferenti alla Di Bella fino a tre giorni fa, oggi sono tutti favorevoli, quindi si aspettano che io la cominci e non capirebbero un mio no. E comunque gliela somministrerebbero loro anche in mia assenza, quindi a quel punto tanto vale che inizi le pratiche per parlare con i medici.
Va detto poi che è molto facile parlare, ma mi domando... riuscirei veramente a lasciarla andare così? Forse sì, ma sarebbe uno strazio.
Allora mi dico che per una volta sono felice di aderire alle aspettative e alla volontà dei familiari, e inizio le pratiche.
Mi dico poi che questa paradossale situazione l’ha voluta lei.
Non voleva lei una cura condivisa dal fratello e dalla sorella?
Si somministra quindi la prima dose dei farmaci prescritti nella terapia Di Bella. Sono in ansia, perché ho sempre pensato che M se ne sarebbe andata un attimo prima di iniziare la Di Bella, o un attimo dopo.
Invece non succede.
M prende i farmaci e si fa somministrare in serata sia la somatostatina con il temporizzatore, sia la sandostatina.
In tutta la giornata non ha detto una parola e non ha mosso il corpo se non per grattarsi il naso.
In tutta la giornata dirà, però, entro le 9, tre frasi:
“Non voglio la cura, cazzo, sei uno stronzo”, al momento della puntura di sandostatina.
E stasera ha detto: “Non voglio il temporizzatore, mi hai rotto le palle con questa cura Di Bella”; e acquista una capacità motoria insospettata, facendo di tutto per togliersi il temporizzatore e lottando con me che cerco di non farglielo togliere.
Io le dico: “Hai voluto la scelta condivisa dalla famiglia, e mo ti becchi la scelta condivisa dalla famiglia, tienti sto cazzo di temporizzatore al braccio e non rompere”.

E lei: “Ma vedi come fai, Paolo? Lo vedi? Mi provochi, ma perché provochi anche in una situazione così?”
Entra Flora, l’infermiera, per dare la melatonina.
“Ehi ma la trovo in forma stasera, si è risvegliata?”
“Sì, in effetti si è ripresa un po’”.
Proviamo a iniettargliela in bocca con una siringa, ma la sputa, serra i denti e si incazza: “No, non voglio la melatonina, cazzo, ma perché fate così, perché?”
L’infermiera mi chiede se voglio provare a dargliela io.
“No guardi - dico - se gliela do io è peggio. Da me rifiuta ogni cosa”.
“Ma proviamo”, insiste lei.
Va buò, dico. Tanto lo so che non mi crede nessuno se lo spiego, quindi mi arrendo.
Provo a darle la melatonina, ma M urla, si incazza ed è quasi disperata.
L’infermiera mi sembra sconvolta.

A quel punto rido e faccio una battuta: “Senta infermiera, ma non avete qualche medicina che le faccia male, che ne so, qualcosa che le faccia venire i dolori di stomaco, qualcosa che la faccia vomitare, in modo che stia male, o qualcosa che la faccia soffrire molto?”

E lei: “Ma vaffanculo, ma perché ridi e mi prendi in giro?”
“Rido perché mi fai ridere”.
“Ma che ci trovi da ridere?”
“Niente niente, ho solo un particolare senso dell’umorismo. Mi fa ridere che rifiuti una cura di melatonina”.
E lei: 
“Una cura? Paolo, ma qui non c’è niente da curare. Ma cosa devi curare? Ti sembra ci sia qualcosa da curare? A me no”.
“A me sì”, rispondo.
“No Paolo, no, non è questa la cura, non è questa, e tu lo sai...” (e qui mi si strazia l’anima, perché so che ha ragione).
“Bene, allora se sai che non è questa la cura, quale sarebbe?”
“Non lo so... forse...” e biascica qualcosa che non riesco a comprendere, ma termina con “e tu lo sai”.
E scivola nel sonno di nuovo.

L’infermiera esce, sconfitta, senza che siamo riusciti a darle la melatonina.
Ancora una volta M mi ha spiazzato e ha fatto una cosa che non sono riuscito a prevedere.
Stiamo facendo una cura in cui credo io, ma non i familiari, in un momento in cui non la somministrerei io, ma la somministrerebbero i familiari.
Quanto a M, come al solito la responsabilità è solo sua, perché è lei che ha voluto venire a Napoli per fare una “scelta condivisa”, come ho spiegato nell’articolo sulla storia di M.
E lei pur non credendo nella cura Di Bella (almeno a parole, perché se non ci credesse, che ragione ci sarebbe di rifiutarla?) la sta facendo, nonostante poi si sia sempre rifiutata e l’abbia boicottata in tutti i modi.
Mando un sms a Solange raccontandole la cosa, e lei mi risponde: “Che tipa, troppo forte”.
Infatti.
Ammetto che, sotto sotto, ammiro certa sua coerenza e capisco molto bene le sue logiche, che mi paiono più lineari delle mie, a volte.
Capisco infatti molto di più il perché lei rifiuti la cura, del perché io gliela stia somministrando.
Ed è uno di quei casi in cui, sotto sotto, ammiro più lei di me.


Domenica 20 Aprile 2014 – ore 06:41

Rifletto sull’inconscio di M e sui suoi obiettivi, su cosa vuole ora e dove vuole andare. Vivere, morire? E poi che altro? Sicuramente per ora la volontà di vivere non c’è, anche se quel “è stata una buona giornata” detto ieri è abbastanza indicativo del fatto che degli spunti in positivo ci sono.
Ma poi?
Più volte nelle settimane scorse mi diceva che sognava che i fratelli la venivano a trovare e stavano insieme a Pasqua per diversi giorni, e poi mi disse almeno due volte “ma casomai a Pasqua mi porti da loro?”
In questi giorni riflettevo che ho perso la nozione del tempo in questo periodo.
Ma in effetti, mi dico, non è Pasqua? E non c’è la famiglia riunita attorno a lei? E la sera scorsa non mi ha detto che era contenta che avevamo mangiato la pizza tutti insieme (o qualcosa del genere, ora non ricordo)?
Vado da lei che dorme e le dico: “Tesoro, senti, ma non è che hai fatto tutto questo casino per fare Pasqua tutti insieme come mi dicevi tempo fa? No, perché in tal caso, la prossima volta, che sia l’anno prossimo o in una prossima vita, mi permetto di consigliarti un metodo più semplice. Degli sms, una telefonata per organizzare, o semplicemente andarli a trovare. La prossima volta che vuoi fare Pasqua tutti insieme, magari, consigliati con me. Lo so che non ascolti mai i miei consigli, ma ti posso assicurare che c’erano metodi più semplici”.
Mi sorride. E torna a dormire.
Il senso dell’umorismo ancora ce l’ha.


Domenica 20 Aprile 2014 – ore 23:11

CRONACA DAI GIARDINI CHE NESSUNO SA.

Per un bambino che nasce si festeggia, drappi, regali, gente contenta. Per una morte invece ci sono facce tristi, ansia, paura, dolore. Invece dovrebbe essere il contrario, perché la morte è l’unico evento certo della vita, in cui si va senz’altro a stare meglio, e in cui non c’è dolore, disperazione, ansia; la nascita invece dovrebbe rappresentare un evento ansiogeno, perché il bambino piccolo può cadere, essere investito, ammalarsi, poi soffre, piange, avrà le incertezze tipiche della vita, le paure, i dolori.
Invece nella nostra società succede esattamente l’opposto.


M, che ha sempre ragionato in modo diverso dalle persone normali, è riuscita oggi a incasinare anche il momento del trapasso e a renderlo un mix contraddittorio che riflette le contraddizioni che erano tipicamente sue.
Oggi era infatti il momento del trapasso. Ieri sera mi ha detto: “Paolo, domani quando me ne vado ti prendo la mano e la metto sul cuore”.

Mi alzo quindi al mattino, convinto che sia il giorno giusto. Metto un mantra tibetano di sottofondo, mi faccio la doccia e mi vesto, perché so che poi potrebbe non essercene più tempo, medito insieme a M, poi leggo una preghiera sufi sul passaggio ad un altro mondo per aiutare le anime, e le leggo a M. Le leggo poi la lettera di Carmelo Carlizzi sul senso della vita, alcune lettere di lettori indirizzate a lei, le parlo, in parte a voce e in parte silenziosamente.
Le prendo le mani, e sintonizzo il mio respiro col suo, lei mi dice a voce alcune cose, parla, guarda lontano però. Ogni tanto le sgorga una lacrima.
Gli infermieri prendono i parametri. Sono normali. Anzi, la pressione è addirittura aumentata rispetto a ieri (110-70 se non ricordo male).
I dolori, per effetto della cura Di Bella, sono già attenuati e non urla più quando le si toccano le gambe.
A un certo punto arriva Gioia, la sua migliore amica, e poi due parenti. Si siedono tutti accanto al letto in silenzio, qualcuno piangendo silenziosamente.
Do per scontato che sia un momento particolare, anche perché è abbastanza evidente che se ne sta per andare.

A un certo punto il respiro cambia, è a scatti. Le tocco il corpo e sento che è più freddo. Si blocca anche il respiro alcuni secondi, sbarra gli occhi e mi guarda. Le lacrime le scendono ora forti. Mi prende la mano e me le porta con forza al petto. Mi alzo in piedi e sento che se ne sta andando e sono pronto ad aiutarla a stare tranquilla.
Sono giorni che le parlo e la tranquillizzo sul trapasso, le spiego che incontrerà sua madre, tante persone care, che poi un giorno ci rivedremo, applico i consigli di Giorgio B sul chiederle e parlarle delle sue vite future. Stamattina sentendo che è il momento l’ho fatto ancora di più.
Anche i parenti si accorgono che se ne sta andando…

E qui succede l’imprevedibile (imprevedibile per me e per chi ha una logica come la mia).
Inizia il caos.
Chiamate il medico.
Chiamate i parenti, avvertite Silvia e Sergio.
Sarà il caso di darle l’estrema unzione?
Mi domandano.
Chissà poi a che cazzo serve un medico per uno che se ne sta andando. Boh. E’ come chiamare un fabbro per farsi fare una porta blindata dopo che ti hanno rubato tutto in casa. Tanto più che, se qualche minuto prima i parametri erano normali, mi pare abbastanza evidente che il problema non è medico ma è la persona che sceglie il momento di andarsene. Del resto M ha chiuso praticamente gli occhi pochi minuti dopo aver ricevuto la diagnosi per la quale non si poteva più curare con la medicina tradizionale. E ha chiuso la bocca alla somministrazione dei farmaci della Di Bella, prendendo invece i farmaci della terapia tradizionale, con un intento molto preciso.
Il medico entra e urla il nome di M, per vedere se reagisce.
Non posso spiegare alla signora che se ora chiamano i parenti e fanno questo casino, M non se ne andrà e resterà con noi ancora un po’, e quindi li farà venire inutilmente, facendo prendere loro un infarto.
D’altronde - penso - l’arresto del trapasso secondo me in fondo corrisponde alla volontà di M, che mi ripeteva sempre che voleva fare la Pasqua con i fratelli. Mi viene un po’ da ridere in mezzo a questa tragedia. E dico a me stesso: “Ok, farà Pasqua con i fratelli, come da settimane mi diceva che sognava di fare”.
“Sì, signora - dico - Chiami i fratelli se lo crede opportuno”.


Il medico somministra della morfina a M, il che bloccherà il trapasso per diverse ore. Non si capisce perché le diano la morfina, visto che non ha dolori e che tra l’altro lei è abituata a prenderla la sera, e ora è mattina, ma rinuncio a chiedere spiegazioni per evitare di sentire delle assurdità.
In fondo va meglio così - mi dico - perché loro arriveranno di corsa, staranno tutto il giorno intorno alla loro sorella e non solo il pomeriggio, e forse avranno più tempo per prepararsi psicologicamente al trapasso definitivo che a questo punto avverrà non prima di domani (anche se io conosco M e spero sempre che magari si rialzi improvvisamente, contro ogni logica e previsione).
Sorrido, pensando che in fondo M è riuscita a incasinare tutto anche stavolta, i fratelli verranno con il cuore in gola, per vederla tutto il giorno dormire (come poi succederà, infatti). Quindi non solo ha passato la Pasqua con i fratelli, ma addirittura per la prima volta l’ha passata per tutto il giorno.
Mi dispiace che la passeranno tutto il giorno con l’ansia di vederla spirare da un momento all’altro, senza sapere invece che con la morfina, e dopo tutto quel casino, per alcune ore possono stare tranquilli. Non glielo spiego, tanto non mi crederebbero e penserebbero che sono un coglione.
- Il corpo sta ridiventando caldo - dice qualcuno.
Ma va, mi verrebbe da rispondere. Chissà perché. Ma taccio.
- Ma perché apre gli occhi ogni tanto?
- E’ una reazione fisiologica - risponde qualcuno. (Ma va… Tutto è una reazione fisiologica. Anche se do un calcio sulle palle a uno, il calcio lo do per una reazione fisiologica, e l’altro si mette le mani sui coglioni come reazione fisiologica al calcio sulle palle. Il problema è il perché)
Essendo tranquillo che fino all’indomani non succederà nulla, me ne vado in giro con il mio amico Bartolomeo che è venuto a trovarmi, e con Piero, anche lui venuto a trovarmi.
La cosa curiosa è che Bartolomeo ha un tumore (curato con terapie chelanti) e che Piero viene con Francesca, la sua ex moglie, anche lei con un tumore che si cura con la terapia antroposofica di Steiner.
Francesca entra in camera, comunica con M silenziosamente, e poi mi racconta. Senza conoscerla ha capito perfettamente il carattere di M, quello che provava e che prova, e me lo riferisce.
Sto a parlare con Piero e Bartolomeo, poi torno in camera.
Sono sicuro che M non se ne andrà oggi.

Entro e le dico in silenzio: “Mi raccomando, fai andare a dormire i tuoi fratelli che saranno stremati, e non farci lo scherzo di andartene stanotte. Falli riposare, poi domani ti inventi qualcosa per incasinare loro la vita, ok? Così poi ce ne stiamo tranquilli e io scrivo il diario di bordo, se ci tieni, altrimenti se te ne vai ora chi lo scrive più? Poi domani provi di nuovo ad andartene, sempre che al momento del trapasso qualcuno non si inventi qualche altro casino, o sempre che il casino non te lo inventi tu, magari mettendoti a scrivere 'Fanculo alla terapia Di Bella' sui muri dell’hospice”.
Muove gli occhi verso di me. Mi pare di percepire un sì. Non se ne va per ora.


Cara M, volevi accontentare i tuoi fratelli con radio e chemio? L’hai fatto.
Volevi accontentare me con la cura Di Bella? L’hai fatto, anche se solo per un giorno.
Volevi che scrivessi il diario. Lo faccio, e penso che per certi versi sarà una bomba pubblicato come libro, perché con tutta la fantasia uno non credo potesse arrivare a inventarsi una storia contorta come quella della tua lotta non contro il tumore, ma contro le cure tumorali.
Però, M, la cosa davvero grande sarebbe che tu stupissi tutti alzandoti e cominciando a camminare. Allora sì che potresti dire come l’altra sera: “La cura? Ma non è quella la cura. Non c’è nulla da curare, e tu lo sai”.
Se ti rialzi, prometto che non ti rompo i coglioni per venire a fare conferenze insieme a me, ci penso io a scrivere il libro, pubblicizzarlo e divulgarlo.
Decidi tu.
Non so cosa farai, ma so per certo che non sarà una cosa ordinaria, e stupirai tutti ancora una volta. Siamo nei giardini che nessuno sa.
E mai come in questi giardini eri riuscita a stupirmi, ma anche a divertirmi, in passato.
Ma anche a farmi riflettere e capire tante cose.
Come al solito, hai ribaltato tutto, e le cose più divertenti, più straordinarie, in fondo, le hai fatte proprio alla fine.


Lunedì 21 Aprile 2014 – ore 06:14


Il giardino delle occasioni mancate. Dal 17 aprile, giorno del mio compleanno, sono arrivato all’hospice (accolto fuori dalla stanza da un palloncino con gli auguri, ma non erano per me, si trattava di una coincidenza).
Il personale dell’hospice è tale che dopo poco uno si sente a casa, e talmente mi sono ambientato che ho preso il numero di telefono di Giusi, l’ospite della stanza di fronte, che con me (ma anche con M) è stata affettuosa e dolce, e la verrò a trovare.
Si tratta di un posto incantevole, ed è strano come un posto per malati terminali, sia in realtà un posto che dovrebbe esser di esempio per qualsiasi ospedale o clinica anche per malati normali.
Noto però come il personale, anche medico, non abbia una preparazione specifica sul tema della morte, dell’anima, dello spirito; e quindi, benché eccezionali sul piano pratico, a domande del tipo “come mai ha la tachicardia?”, sento rispondere “perché il battito del cuore aumenta per compensare il poco ossigeno che circola”. Dopodiché ovviamente, se uno chiede “ma perché il battito continua ad essere a 120 anche quando somministriamo l’ossigeno?”, si sente rispondere “perché ormai il battito è accellerato e resta tale”.
Un’occasione mancata per istituire corsi sulla vita e sulla morte, su come aiutare i propri cari nel trapasso, e su come reincontrarli dopo che sono andati. Un’esperienza che servirebbe tra l’altro soprattutto ai vivi, per sapere cosa fare durante, ma soprattutto dopo che la persona cara se n’è andata, per ritrovarla sempre.
I corsi di Fausto Carotenuto sul dialogo con i defunti, dovrebbero tenerli in ogni hospice.
Potrebbe essere un luogo dove la gente entra per affrontare la morte di un loro caro, dove entrano straziati ma escono rinati e pronti per affrontare una vita felice.
Che queste cose non si insegnino durante la vita di una persona, ormai l’ho accettato e capito. E’ l’assurda contraddizione di una società che funziona al contrario.
In un posto come questo la cosa mi ha un po’ stupito.
Magari un giorno li istituiranno.


Martedì 22 Aprile 2014 – ore 01:19


Oggi che è Pasquetta non è successo nulla di rilevante, e M è stata tutto il giorno a cavallo dei due mondi, parte in questo e parte in quest’altro, mandando segnali da entrambi i mondi.
In questo mondo ogni tanto reagisce a qualche stimolo.
“Se mi senti - le dico - sbatti le palpebre due volte se la risposta è sì”.
Apre gli occhi e sbatte le palpebre.
Più volte poi, mentre siamo io e la sua amica G, darà segni di capire e di reagire.
Ad un certo punto mi vesto per uscire dalla stanza e lasciarla sola con i fratelli, perché più volte in passato aveva detto che avrebbe voluto stare sola con loro, e appena mi metto le scarpe per uscire manda una specie di urlo.
“Non preoccuparti - le dico - Esco solo un po’ di minuti per lasciarti da sola con Sergio e Silvia, poi torno, va bene?”
Apre vistosamente gli occhi, tenuti chiusi tutto il giorno, e sbatte le palpebre due volte.
Dall’altro mondo, invece, i segnali arrivano alla sua amica che è dovuta tornare a Roma.
C’è un TIR davanti a lei, con la scritta MA.PA (che sono le iniziali del suo vero nome, che appaiono sul TIR). Il TIR le appare quando entra in autostrada e le sta davanti per un bel pezzo di strada.
A un certo punto l’amica perde il TIR che non si vede più.
Dopo qualche minuto il TIR le riappare e, mentre la supera, alla radio danno la canzone “Africa” dei Toto, che era la “loro” canzone ai tempi dell’università.
Alla fine dell’autostrada, l’ultimo sorpasso col TIR mentre alla radio danno “Stand by me”.
A me, i segnali dall’altro mondo arrivano continuamente. Sarebbe impossibile elencarli tutti, e sembrerebbe anche retorico.
Ma certo, se la cosa viene dalla sua amica G, che è notoriamente razionale e non crede in nulla che non sia rigorosamente verificabile e toccabile con mano (quel tipo di razionalità che si trasforma in ottusità ad essere eccessiva, perché finisce per vedere semplici coincidenze anche in fatti che dal punto di vista statistico non possono esserlo per niente), la cosa assume un altro peso.
Mi domando se questa esperienza servirà a qualcuno per capire che con M il dialogo doveva essere sempre posto su un altro piano, e che volendo potrebbe non finire mai, come sarà per me. Anzi, chissà, per qualcuno di loro il dialogo potrebbe anche cominciare adesso, lì dove in passato il dialogo era quasi inesistente (anche se M aveva sempre dialogato con loro su piani diversi da quello fisico).


Martedì 22 Aprile 2014 – ore 23:10

Oggi alle 18, a Napoli, Mariapaola (questo era il suo nome vero) se ne è andata. E’ morta serena, col sorriso sul volto, con i fratelli che le tenevano stretta la mano mentre lei lentamente e progressivamente spegneva il respiro, come aveva sempre detto di voler fare.
Nonostante le metastasi, gli organi non erano compromessi; i parametri fino a stamattina erano relativamente normali, il cuore era sano, i polmoni anche, le metastasi a ossa e cervelletto troppo piccole per dare fastidio.
Se ne è andata, semplicemente perché ha scelto di andarsene.
Alla stessa ora, a Roma, la sua migliore amica G incontrava il dottore che ci aveva messo in contatto con la struttura in cui è stata ricoverata, e che l’ha curata nei giorni in cui G era presente.
Avendo un presentimento, G mi ha chiamato proprio nel momento in cui Mariapaola se ne andava.
Al telefono mi ha detto: “Paolo, ma è possibile che di tutti i milioni di persone che posso incontrare a Roma, e con tutte le strade che ci sono, dovevo incontrarlo proprio alle 6? Ma sarà davvero lui?”
Domando alla coordinatrice dell’istituto: “Scusi, ma il dottor MG oggi era per caso a Roma?”
“Sì”, risponde la dottoressa.
Il primo libro che regalai a Mariapaola, dopo una settimana che ci mettemmo insieme, era “Veronica decide di morire” di Paulo Coelho.


Mercoledì 23 Aprile 2014 – ore 07:40

Le ultime parole lucide di Mariapaola sono state, con riferimento alla cura Di Bella: “Ma secondo te questa è una cura? Paolo, non è questa la cura, e tu lo sai”.
Paradossalmente, il fatto che Mariapaola serrasse le labbra a tutti i medicinali della cura Di Bella, ma le aprisse quando le somministravano tachipirina, Targil, EN, La roxil, ecc., cioè farmaci tradizionali, è la prova che la cura Di Bella funziona.
Conosco troppo bene Mariapaola, e so che se avesse ritenuto innocua la cura, l’avrebbe assunta.
Aveva però ragione lei, quando diceva che la cura non è quella, alludendo alla cura dell’anima, che lei non è mai riuscita a curare, e la maggior parte delle persone non cura, semplicemente perché non sa cos’è e spesso non crede nemmeno che esiste.



Mercoledì 23 Aprile 2014 – ore 08:53

Elefanti in salotto.

Stanotte non dormo molto. Penso. Lavoro. Sono un po’ deluso perché Mariapaola non manda segnali della sua presenza. Va bè - mi dico per consolarmi - in fondo li manda alla sua amica G, quindi li manda anche a me.
Nel frattempo apro facebook e leggo le tante mail. Alcuni mi chiedono notizie sulle varie cure, numeri di telefono di oncologi, alcuni si sono già fatti prescrivere dal dottor Santi o da altri la cura - questa volta diversa dalla precedente - per il loro problema.
Vado a cercare una persona che ho conosciuto qui in hospice; loro volevano fare la cura Di Bella alla madre ricoverata qui, ma la cura costa troppo; avevamo fatto allora un patto: se Mariapaola non ce la fa, vi lascio tutto quello che serve, così risparmiate alcuni costi che sono solo iniziali; se Mariapaola ce la fa, non potendo lasciar loro i farmaci e il temporizzatore che a quel punto serviranno a noi, pagherò io tutta la cura per loro fino alla fine.
Torno in camera e mi dico: “Ma che stupido... è la storia dell’elefante in salotto. Mi piacerebbe vedere segnali di Mariapaola per sentirla vicina, e guarda quante persone sto aiutando grazie a lei. Non c’è bisogno di cercarla altrove, la trovo pure su facebook o in corridoio, se guardo bene. Del resto lei diceva che, se guariva, avrebbe aiutato altre persone a guarire, e in effetti così sta succedendo”.

Mi rassereno.
Apro facebook.
La mia amica Francesca mi scrive: “Stamattina cercavo un segnale della presenza di Mariapaola da inviarti; mi sono girata e ho trovato questo”.
Mi manda col cellulare la foto del tavolo di legno, su cui è apparso il disegno di un cuore, non si sa come.
Spero che anche i familiari imparino a capire che Mariapaola sarà più presente ora che prima, specie se sapranno capirla a fondo, e se apprezzeranno quello che lei poteva insegnare loro, e quello che lei ha donato loro gli ultimi giorni prima che se ne andasse, compreso (anzi, soprattutto) il momento in cui ha respirato per gli ultimi istanti.
Il problema è che certe volte la gente ha un elefante in salotto e dice: “Animali in salotto?... Io non credo che ci siano animali in salotto. La scienza nega il fenomeno degli elefanti in salotto”.
E il giorno che il pavimento cede perché l’elefante è troppo pesante, dicono: “Ma non è mica colpa dell’elefante. E’ stato un cedimento strutturale, perché dal punto di vista architettonico il pavimento era debole”.
Grazie Francesca.


Mercoledì 23 Aprile 2014 – ore 10:30

Miracoli del cortisone nella cura dell’anima.
A giugno si ammala Mariapaola.
A giugno il cane di Solange, un enorme rottweiler di nome Zeus, che non ha paura neanche di azzuffarsi con i cinghiali, inizia a zoppicare non si sa per quale motivo. Analisi, cure... Nulla serve, non si capisce la causa e soprattutto la cura.
Quando Mariapaola viene ricoverata in ospedale, a marzo, dopo qualche giorno Solange viene ad aiutarmi facendosi 140 km al giorno per starmi accanto (e starle accanto). Solange cura e coccola Mariapaola, la massaggia, la aiutiamo, le parla affinché si curi.
Il primo giorno che Solange torna a casa dall’ospedale dove aveva curato Mariapaola, Zeus si rifiuta di dormire nella stanza di Solange.
Nei giorni successivi Zeus inizia ad avere paura di tutto e trema come una foglia di fronte anche ad un gattino o ad un rumore improvviso. Solange è preoccupata, perché un rottweiler che ha paura, e che ha dolore, è una sorta di bomba a orologeria pronta ad esplodere. Potrebbe mordere chiunque, all’improvviso, e con risultati disastrosi.
Veterinari, allevatore, addestratore, non si spiegano il comportamento.
Ieri Zeus ha addirittura delle convulsioni, come un attacco epilettico.
Era da giorni che sospettavo ci fosse un legame tra il comportamento di Zeus e la storia di Mariapaola, a causa dell’intreccio karmico tra me, Mariapaola, Solange e Zeus, ma non dicevo nulla, un po’ per non illudere Solange, un po’ perché anche a me pareva un po’ assurdo.
Stamattina però mi alzo e voglio fare una prova, e la prima cosa che chiedo è come sta Zeus.
Solange mi manda un semplice bacio di buongiorno con un sms. Rispondo con sms.
- Buongiorno. Come sta Zeus?
- Benissimo, non zoppica, e ieri al centro era tutto uno scodinzolo, non tremava e non cercava di scappare come aveva fatto giovedì scorso dove, poverino, tremava così tanto che sembrava avere le convulsioni.
- Convulsioni tipo epilessia?
- Sì.
- Tipo l’epilessia di cui soffriva Mariapaola? Che ha colpito il padre proprio il giorno della morte della figlia? E mi stai dicendo che Zeus è guarito proprio il giorno della morte di Mariapaola? E si era ammalato proprio quando tu tornasti dall’ospedale? E aveva paura di tutto, proprio come Mariapaola? E ha iniziato a zoppicare proprio quando hanno diagnosticato il tumore a Mariapaola? Ma va!!! Coincidenze. Tutto un caso. Sicuramente dipenderà dal fatto che l’altro ieri aveva iniziato la cura di cortisone.
Che miracoli che fa il cortisone.
Lì dove veterinari diversi, allevatori, addestratori, non ci capiscono un cazzo, arriva il cortisone.
La cura? - sono state le ultime parole di Mariapaola - Non è questa la cura, Paolo, e tu lo sai.
Probabilmente alludeva al cortisone.


Giovedì 24 Aprile 2014 – ore 21:42

Scienza, coscienza e incoscienza. 

Alcuni lettori mi domandano: Come si fa ad essere sicuri dei segnali che provengono dallAldilà? Come fai ad essere sicuro che un determinato segnale non lo hai interpretato in modo soggettivo e magari significava tuttaltro? Il metodo è quello che si deve usare per qualsiasi cosa. Un certo buon senso, quando non un criterio addirittura scientifico. Rimanendo nellattesa e senza giudizio, finché non si ha la certezza. Faccio un esempio con i messaggi dallAldilà che mi comunica la mia amica Daniela costantemente, da qualche settimana, che riguardano Mariapaola e il suo stato di salute. Daniela - che ho conosciuto allultima conferenza tenuta a Resana, e che quindi ho visto in totale, in vita mia, non più di una mezzora - da settimane mi comunica cose che vede e sente di me, e di Mariapaola. Noto con sorpresa e un certo divertimento che azzecca perfettamente cose che non poteva sapere, che riguardavano sia me, sia Mariapaola, sia altre persone. A un certo punto mi manda una comunicazione problematica. Almeno per me. Vede le metastasi di Mariapaola, e vede che sono localizzate a fegato, ossa e cervello. In effetti era così. Lei però vede una cosa in più. I polmoni. Non vede una vera e propria metastasi, ma vede che lì lenergia è compromessa. La cosa mi preoccupa, perché temo che possano partirle delle metastasi al polmone. Dopo qualche giorno, tra laltro, Mariapaola comincia a respirare male ed affannosamente. Non posso che essere preoccupato. Ma la TAC nega che il polmone sia compromesso. A questo punto è lecita la domanda: è Daniela che si è sbagliata, oppure dobbiamo pensare qualcosaltro? Mi faccio la domanda e rimango in attesa. Spero ovviamente che Daniela si sia sbagliata, e anche se si fosse sbagliata sui polmoni va detto che comunque ha azzeccato tutto il resto, quindi non perderei la mia fiducia in lei. Mariapaola se ne andrà dopo qualche giorno, spegnendo il respiro. Era quello il problema al polmone che Daniela vedeva. Ho quindi la conferma, purtroppo, che Daniela è davvero brava e finora non ha sbagliato un colpo. Quando quindi mi comunica che Mariapaola dopo aver lasciato il corpo era la prima anima che le capitava, che nel momento del trapasso era felice della sua nuova condizione e quasi gongolava, le ho creduto. Perché? Primo: perché ho visto il sorriso sereno di Mariapaola. Secondo: perché so che Mariapaola è così. Lei era e faceva tutto il contrario di quello che era ragionevole aspettarsi, e dunque anche nellAldilà fa il contrario di quello che fanno le anime dei defunti normali. Quello che dice, insomma, fa parte del suo carattere. Mi sento sereno, perché sento che tutto il lavoro fatto dalle persone che hanno organizzato gruppi di meditazione e preghiera ha funzionato. Mariapaola se nè andata serena, con i fratelli accanto come aveva chiesto, sorridendo come raramente accade, e addirittura nella sua nuova condizione non prova lo smarrimento che in genere provano le anime dei defunti. Sono felice per lei. Poi certo - mi domando - ma possibile che ora rimane felice e serena in modo duraturo? Non è nella sua natura - mi dico - e una parte della personalità dei vivi viene conservata anche dal defunto. Infatti Daniela mi manda oggi unaltra comunicazione (pochi minuti fa). Mariapaola ha cambiato umore ed è un po meno tranquilla. Mi faccio una serie di domande. Ho scritto o fatto capire che Mariapaola era soggetta a sbalzi di umore spaventosi, in modo che Daniela possa aver avuto questa intuizione leggendo questa cosa che ho scritto? No, non lho scritto; anzi, a leggere larticolo che ho scritto su Mariapaola, pare che lei abbia mantenuto solo e sempre un atteggiamento negativo. La verità è invece che non potevo raccontare tutto per non essere noioso, quindi per esigenze letterarie nellarticolo Cronaca di un tumore annunciato, avevo evitato di dire che talvolta aveva anche dei picchi positivi; il problema è che tali picchi corrispondevano ad una minima parte della giornata o addirittura della settimana. Quindi non cera bisogno di dirlo. Quindi Daniela non può averlo tratto dal mio racconto. Lo sbalzo di umore era tipico di Mariapaola. Qui interviene la scienza. Ovverosia la statistica. Quante possibilità cerano che Daniela potesse anticipare i problemi al polmone? Poche, pochissime. Quante possibilità cerano che capisse molte cose del rapporto tra me e Mariapaola? Quasi zero. Quindi le credo. Le credo sia sul fatto che gongolava al momento del trapasso, sia che adesso ha cambiato umore. Sono però sereno lo stesso, e adesso mi si svela un altro mistero che capisco solo ora. Oggi ho aperto una lettera che Mariapaola mi ha consegnato prima delloperazione al seno e che dovevo aprire solo dopo la sua morte. Un vero e proprio testamento in cui dispone di tutti i suoi beni e dà disposizioni anche spirituali a me e ai fratelli. Il testamento rispecchia lei. E scritto a matita e quindi non valido dal punto di vista giuridico. Alcune parti non le capisco perché la scrittura è sbiadita e la grafia poco chiara. E di altre non dà spiegazioni. Mi chiede però di rimanere 5 giorni a Matera, nel luogo dove hanno seppellito la mamma, e dove sarà seppellita lei. A far che, non lo spiega. Ma a questo punto credo di capire allora il perché di questi 5 giorni. 5 giorni sono il tempo che ci mettono le anime prima di stabilizzarsi nel trapasso, è il periodo in cui sono ancora spaventate e legate alla vita terrena. Nella tradizione sufi, rosacroce, buddhista e di moltissime altre tradizioni, infatti si prega per diversi giorni per le anime del trapassato per aiutarlo in questa fase. Lei quindi probabilmente voleva che pregassi e meditassi con calma e tranquillità senza interferenze esterne, andando al cimitero ogni giorno. Avevo degli impegni che devo spostare, la cosa mi provoca un po di casino. Come al solito Mariapaola è riuscita ad incasinare tutto anche ora. Concludendo quindi sulla domanda: Ma come fare ad essere sicuri che...? La scienza (quindi per esempio la statistica, o la misurazione di alcuni campi energetici in alcune situazioni) può essere usata per favorire la coscienza, o lincoscienza. La maggior parte della gente la usa per questo secondo fine. Ma esiste anche la possibilità opposta. Per questo Steiner ha fondato la Scienza dello Spirito, e la stessa cosa hanno fatto Yogananda e Sri Aurobindo, i quali parlavano di una scienza della religione e dello spirito. Alcune cose infatti, con un criterio statistico, possono comunque essere dimostrate con un certo grado di certezza. La certezza assoluta, certo, non ci sarà mai. Lunica certezza che ho è che Mariapaola continua ad incasinarmi la vita anche dallAldilà.


  Venerdì 25 Aprile 2014 – ore 06:47

 Un esempio di come ragiona un laureato. Il mio post sulla laurea di ieri ha 80 condivisioni. Mi sono allora divertito a vedere un po di commenti sulle bacheche di quelli che lo hanno condiviso. Premesso che, avendo anche io la laurea, non mi considero fuori dalla critica che ho mosso; tuttaltro. Proprio la laurea e gli studi fatti mi avevano atrofizzato il cervello e ho scoperto infatti solo dopo i 40 anni, e con fatica, e solo per averci sbattuto il muso contro, delle verità che il mio amico Valerio, ad esempio, che fa il meccanico, aveva intuito da solo molto tempo prima e senza troppi studi, usando solo lintelligenza e lintuito (intuito che io tuttora continuo ad avere poco, proprio per latrofizzazione del cervello che avevo subìto in anni di studi). Molti 20enni poi vedo che sanno e capiscono cose che io, appunto, ho capito dopo i 40 anni e con gran fatica. Ora tra i commenti mi ha colpito quello di un Tizio che dice questo: Quindi se io dopo un giorno di cura Di Bella miglioro, è stata la Di Bella e non la chemioterapia e le cure tradizionali fatte? In altre parole, il miglioramento del dolore di Mariapaola, dopo un giorno di Di Bella, secondo lui sarebbe il risultato delle cure tradizionali. Traducendo ancora il pensiero del suddetto genio, Mariapaola avrebbe fatto un anno di chemioterapia peggiorando sempre il suo stato di salute, poi loperazione, poi la radioterapia, sempre peggiorando, poi il primo giorno di miglioramento con i dolori sarebbe dovuto proprio a tutti i trattamenti tradizionali. Dopodiché però è morta. Non cè che dire. Un risultato eccezionale. Sarà il caso che dora in poi inizio a parlare bene della chemioterapia, dati i risultati conseguiti in termini di beneficio per il paziente. Mi ricorda il medico che aveva in cura Beate, lamica di mia sorella a cui avevano dato tre giorni di vita, e che si riprese e visse ancora due anni grazie alla cura Di Bella. Secondo il medico dellospedale, il merito era della chemioterapia.

 Di conseguenza possiamo dare del laureato la seguente definizione.
 Il laureato è quella persona coltissima e intelligente, superiore ai comuni normali non dotati di laurea, secondo cui se una persona si cura con la chemioterapia peggiorando subito, e poi miracolosamente migliora con la cura Di Bella, ritiene che il miglioramento sia dovuto alla chemioterapia, perché questultima ha lavallo della comunità scientifica, mentre la Di Bella no.
In altre parole, direi io, è un coglione.

 Faccio un altro esempio dellintelligenza media dei laureati. Ieri in auto a un certo punto ho acceso la radio e ho detto: Mariapaola, non mi pare giusto che alla tua amica G fai sentire delle canzoni che le rammentano la tua presenza e a me niente... Non ti pare di essere un po stronza? Ora accendo la radio e tu mi dai un segno della tua presenza”. Mandano La cura di Franco Battiato. Allora dico: No Mariapaola, non ci siamo. Lo so che le ultime parole che hai detto sono 'non è questa la cura', e che Battiato in questa canzone parla della cura dellanima, effettuata da un maestro alliniziato, ma questa è una delle canzoni più gettonate. O me ne dai un altro o non ti credo. Dopo una o due canzoni sento Gianna Nannini cantare Mariapaola, una scheda clinica in un ospedale e altre cose che non capisco. Accosto, guardo su internet. In effetti esiste una canzone di Gianna Nannini che si intitola Maria Paola, che non conoscevo e che nessuno conosce (anche perché - ammettiamolo - è bruttina non poco).

 Lo racconto ad alcuni amici. I laureati ovviamente sono in maggioranza favorevoli allidea che io per il dolore sia ora troppo suggestionabile. Domando: Ma statisticamente quante possibilità cerano che io sentissi questa canzone proprio ora, e che non labbia mai sentita prima in tutti gli anni che sono vissuto? Ma è scientificamente impossibile, è la risposta. E io: Guarda che la statistica è una scienza. Se tu dimostri che una cosa è scientificamente impossibile dal punto di vista statistico, hai comunque dimostrato che si tratta di un evento sovrannaturale, eccezionale, un miracolo o chiamalo come vuoi. Se poi non è la prima volta che capita, ma è capitato altre volte in più giorni, direi che hai la prova scientifica che levento è di natura straordinaria. Non cè niente da fare. Con i non laureati mi va meglio. Quelli rimangono sbalorditi e basta, come lo sono rimasto io. 

Possiamo quindi dare del laureato una seconda definizione. Il laureato è, dal punto di vista statistico, mediamente più coglione del non laureato. E dimostrato scientificamente, secondo una ricerca stastistica effettuata da me. Peccato che la mia ricerca non abbia lavallo della comunità scientifica, altrimenti tutti i laureati la citerebbero subito a memoria per dimostrare di essere colti.


  Venerdì 25 Aprile 2014 – ore 16:14

 Sono qui a Nova Siri, provincia di Matera, perché Mariapaola mi ha chiesto di rimanere 5 giorni qui. Ancora devo capire il perché, ma intanto, che siano i suoi perché o i miei, alcuni mi si stanno svelando. Intanto devo pregare per il suo passaggio, come nella tradizione di molte religioni, la mia e la sua comprese. Poi mi devo senzaltro riposare dopo gli ultimi due mesi che sono stati massacranti. Poi devo riorganizzarmi il lavoro. Ho perso alcuni lavori - come un istant book sulle Bestie di Satana che dovevo lanciare insieme al film di Emanuele Cerman, ma non ce ne è stato il tempo - ma altri magari ne verranno. Nelle meditazioni di queste ore faccio progetti, penso, organizzo. Una delle cose che mi sono venute in mente è un sito dedicato solo alle terapie antitumorali, in cui ospitare le testimonianze di quelli che si cureranno con altri metodi grazie allincontro con me, libri, recensioni, commenti, storie, ecc. Il sito lo chiamerò Non è questa la cura e tu lo sai, che sono state le ultime parole di Mariapaola. Nova Siri. Sirio è anche stata chiamata la Stella del Mattino (come Venere), perché è la stella più luminosa del cielo, ed era usata come guida dai naviganti e come punto di riferimento. Per gli antichi egizi Sirio indicava un nuovo ciclo di manifestazione della luce. Mentre scrivo queste righe, in questo stesso istante, un mio contatto, Anna, mi manda un mesaggio di Mariapaola e mi cita la cura. Ok. Navigheremo quindi verso la cura, e quando lascerò il mio lavoro da avvocato, spero molto presto, ci dedicheremo anche alla cura.


  Venerdì 25 Aprile 2014 – ore 22:30.

Altre spigolature di medici napoletani. 

 Il primario dellhospice Nicola Falde viene a constatare il decesso di Mariapaola. Ah ma lei è il primario - dico - quindi è il capo qui dentro. Non lavevo capito. Per quanto si possa chiamare capo il vertice di una struttura come questa, dove ci sono solo malati terminali, risponde lui. E affranto e triste. Laveva visitata la prima volta al suo arrivo, ma Mariapaola si era rifiutata di parlargli. La guarda a lungo, e poi dice: Sono contento che non mi abbia parlato, giovedì al suo arrivo. Se lo avesse fatto, ora... ora... E non completa la frase. Ora avrebbe instaurato un legame emotivo e proverebbe ancora più dispiacere?, domando. , risponde lui. Evito di dirgli che mi pare colpito lo stesso dalla vicenda, anche se Mariapaola non gli ha parlato. Mi colpisce la sua umanità.

 Un altro medico che mi rimarrà sempre impresso è la dottoressa Teresa Guida, capo équipe del reparto oncologico della clinica Sanatrix, dove Mariapaola era ricoverata i primi giorni del suo soggiorno napoletano. Comunica competenza, intelligenza, apertura mentale, simpatia, bellezza. Quando parla a Mariapaola emana un non so che di grandioso. Con lei parto anche molto prevenuto, perché essendo un medico famoso, sposata ad un oncologo famoso, sono quindi pronto a trovarmi di fronte lennesimo ciarlatano. La sua competenza la dimostra anche quando tolgono una flebo a Mariapaola e domando allinfermiere: Scusi, ma che sostanza è? Acido ascorbico, risponde lui. Capisco che la cosa viene dal protocollo Pantellini, quindi deve essere una cosa che ha introdotto lei, al di fuori del protocollo ufficiale. Infatti linfermiere mi dice che non sa a cosa serve. E vitamina C, fa sempre bene, risponde. Ma non credo sia quello il motivo. Nei giorni successivi, quando Mariapaola è ricoverata al Nicola Falde, la dottoressa Guida mi scrive sms per chiedere lo stato di salute di Mariapaola. Io rispondo, lei risponde ancora. Mi scrive alle 10 di sera, quindi non si tratta di messaggi formali. Quando le scrivo per annunciarle che Mariapaola se nè andata, mi risponde: Caro Paolo, in Mariapaola ho letto un dolore profondo che veniva da molto più lontano del cancro; mi ha dato lidea di un albero bellissimo nato già ferito. Oggi la penso finalmente libera da tutto questo in un posto in cui finalmente non deve decidere più se vivere o morire, perché semplicemente vivrà per sempre. E ricorda che il meglio di voi due non andrà mai perso, ho visto tanto amore da viverci dieci vite. Un abbraccio grande e affettuoso. In un altro sms mi ha scritto: I miei pazienti sono la mia vita.

Tutta unaltra cosa rispetto ai medici di Viterbo, dove si vedeva che la loro vita era il loro lavoro, ma non i pazienti. Mi sorprendo a pensare: E se Mariapaola avesse trovato fin da subito medici così? Poi ricaccio il pensiero, rischio di cadere nella stupidità della gente comune che deve sempre dare la colpa a qualcuno di esterno.
Mi devo ricordare sempre che Mariapaola ha volontariamente scelto il peggio che aveva per curarsi, dicendo mi metto nelle mani di questi ciarlatani, così mi ammazzano, e spero sia il prima possibile. Sorrido pensando alla boria dei dottori viterbesi che lhanno curata, e penso alla faccia che potrebbero fare, se avessero saputo il motivo per cui Mariapaola ha scelto di curarsi dove si è curata. Ripenso ai suoi commenti, quando si incazzava con me nei casi in cui, non riuscendo a starmi zitto, reagivo con della battute del tipo: Dottore, ma se la chemioterapia è così efficace, perché non me la posso fare anche io, a scopo preventivo? Se è la botta di salute che dite... Lei mi sgridava e diceva: Dai Paolo, questi fanno il loro lavoro e basta. Magari hanno preso la laurea perché lo voleva la mamma e non vedono lora di uscire da qui perché sono pure frustrati dal troppo lavoro, non avercela con loro. Sono magari un po' coglioni, ma non è giusto che li sfotti.

  Domenica 27 Aprile 2014 – ore 18:02

 Una delle coincidenze che ha accompagnato il mio cammino con Mariapaola in questi mesi è una mia allieva del corso avvocati, giovanissima, di nome Angela, che aveva anche lei un tumore aggressivo quanto quello di Mariapaola.
Per tutta la durata della malattia ci siamo scambiati mail e informazioni, lei mi chiedeva sempre di Mariapaola e io di lei. Strana coincidenza - disse Mariapaola quando conobbi questa allieva - si chiama come la zia Angela, morta di leucemia fulminante a 33 anni, mentre era incinta allottavo mese.
 Oggi mentre pregavo davanti alla tomba mi accorgo di un particolare.
La tomba di Mariapaola è proprio sopra quella della zia Angela, il cui nome e cognome è Angela Labanca.
Ho un brutto presentimento. E da un po di giorni che non apro le mail; guardo e controllo tra le tante se Angela mi ha risposto (le avevo scritto giorni fa chiedendole come stava, senza dirle della situazione di Mariapaola per non scoraggiarla).
Nessuna risposta.
Rifletto sul cognome della mia allieva. E quello di una banca famosa, ma mi era sfuggito il dettaglio fino ad oggi. Oggi poi è un giorno particolare. E il quinto giorno da quando Mariapaola se nè andata. I segnali fisici e terreni della sua presenza tendono a diminuire, lì dove nei giorni scorsi erano continui (una lettrice mi ha anche scritto un sms: Dice Mariapaola di tenere sempre con te limmagine della Madonna che in questo momento hai nella tasca della camicia). In effetti, da quando Mariapaola è andata via, porto sempre nel taschino della camicia unimmagine della Madonna a cui lei era affezionata da anni e che portava sempre con sé. Mentre D, la sensitiva che in questi giorni ha parlato con Mariapaola giorno e notte, oggi non ha dato segnali o comunicazioni, il che significa che Mariapaola sta per allontanarsi sempre di più dalla dimensione terrena. E una delle situazioni più magiche che mi sia capitata fino ad oggi, ha detto D. Ne ero sicuro, data anche la dimensione delle energie in gioco che ruotano attorno alla figura di Mariapaola, della zia e di altre persone della famiglia. Se molte situazioni di questi giorni mi hanno pure divertito, in fondo, questa coincidenza invece mi lascia una grossa amarezza. Qualcuno dirà che è una semplice coincidenza. Ma io non trovo tanto semplice che una Angela, il cui cognome ricorda quello di una banca, abbia accompagnato me e Mariapaola fino al momento in cui il corpo di Mariapaola è stato deposto sopra quello di Angela Labanca. Per scomparire poi dalla mia vita insieme ai segnali della presenza di Mariapaola. E mi sfugge il senso di tutto ciò.

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